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I gesti della Cura

La cura come radice della terapia.

La terapia, in quanto arte e disciplina del cambiamento a partire dalla sofferenza, trova le sue radici nella cura, quale attitudine di base con cui l’umanità sorge, evolve e si realizza in ogni direzione dell’esperienza.

La cura come attitudine fondamentale riguarda tutti gli ambiti costitutivi dell’esperienza. Riguarda le cose: l’orto e il giardino, la casa, un libro, un giocattolo …  Già nel rapporto con le cose si manifesta il senso di Valore che esse hanno per noi, per cui mostriamo per esse una particolare attenzione e le trattiamo “con cura”. Può trattarsi di un valore per la sopravvivenza, o estetico, o simbolico, o spirituale. Ma qualunque sia il tipo di valore conferito, per ciascuno di questi oggetti noi sviluppiamo una particolare Sensibilità che ce li fa riconoscere nella loro realtà distintiva e nell’impatto affettivo che essi determinano su di noi. Strettamente associato a tale Sensibilità, emerge un Finalismo che mira alle cose di valore con un’attenzione privilegiata, muovendoci e guidandoci nei loro confronti al fine di preservarle o trasformarle in funzione del loro valore e del nostro sentire. Valore, Sensibilità e Finalismo che in tal modo già si esprimono in rapporto alle cose, sono le forme intenzionali primarie che accompagnano necessariamente l’esperienza di cura dell’uomo in relazione alle cose, agli altri esseri viventi e in particolare agli uomini.

La terapia si è sviluppata come quel particolare ambito della cura che si rivolge all’uomo in condizione di sofferenza (e in casi particolari anche ad altri esseri viventi a noi molto vicini, come gli animali domestici o comunque protetti). In quanto atto di cura rivolta alla condizione umana in cui siamo coinvolti, la terapia possiede due direzioni di cura: la cura dell’altro e la cura di sé. Entrambe queste direzioni della cura terapeutica possono trovare una sensibile indagine in una prospettiva estetica, con la quale la cura si incarna espressivamente nella varietà dei sensi somatici.

Aver cura dell’altro.

L’esperienza della cura si caratterizza per un dinamismo reciproco di gesti relazionali, necessari l’uno all’altro. L’atto di cura verso l’altro non si genera dalla decisione di un impegno che prendo con me stesso, ma a partire dal momento in cui Ascolto la sua chiamata, che si faccia in modo espresso, o nel silenzio della sua sofferenza. È l’attitudine che viene intesa quando si dice “tendere le orecchie”, a indicare la tensione somatica interna che apre l’ascolto. L’Ascolto mi pone in condizione di, e mi autorizza a, Rispondere alla chiamata. La mia attitudine a rispondere, o responsività, non è quella di un soggetto indifferente che tutt’a un tratto sente un messaggio, lo elabora e quindi decide come rispondere. In realtà io posso cogliere la chiamata dell’altro e risponderle nella misura in cui sono sensibilmente in pre-ascolto, e quindi tonicamente pre-disposto a essa, in una vigilanza motoria aperta con la quale “sono pronto a …”, con atteggiamento di sollecitudine verso l’ampio spettro di chiamate che mi possono provenire dall’altro.

Un altro carattere essenziale alla cura pone in risalto il canale combinato visivo e tattile. La cura è “avere Riguardo”, che indica la modalità dello sguardo che si riporta sul suo oggetto di percezione, ponendosi in continuità e non trascurando la presenza dell’altro, del suo Volto (per come ne parla Lévinas), che a sua volta mi guarda e mi ri-guarda. Per cui mi sento paticamente toccato dal suo sguardo. Lo sguardo metaforicamente ci tocca, e concretamente ci prepara a toccare e a essere toccati con il corpo e nel corpo. A sua volta nella cura diretta corpo-a-corpo la qualità del tocco è costantemente sostenuta e guidata da uno sguardo interiore che mantiene una prospettiva di relazione. In questa stretta coordinazione fra lo sguardo e il tocco, la cura assicura il criterio primario del Rispetto, che nella sua similitudine etimologica con il Riguardo esprime la capacità di garantire l’integrità dell’altro.

Al tema del rispetto si lega fortemente quello del Potere, che nel caso della cura non si concepisce nei termini di “poter agire sull’altro”, ma in quelli di aprire e favorire il poter essere dell’uomo, cioè le sue potenzialità di cambiamento e di realizzazione di sé. Curare il poter essere dell’uomo significa concretamente facilitare l’espressione e il fiorire delle sue potenzialità trasformative, sostenendolo in un’esperienza capace di superare gli ostacoli al movimento, di liberare dai pregiudizi che parassitano la comprensione, di sciogliere i nodi e gli schemi tensionali che bloccano le emozioni.

La cura di sé.

La seconda direzione della cura terapeutica è la cura di sé. In questa direzione il terapista e il paziente sono coinvolti primariamente allo stesso titolo: ossia entrambi sono soggetti che hanno il bisogno di instaurare una disciplina dell’aver cura della propria persona, nei modi originali con cui ciascuno la intende e la realizza. La cura di sé è una disciplina in quanto richiede la capacità di coltivare le proprie potenzialità con costanza temporale, con sistematicità dei modi, con disponibilità nelle occasioni propizie.

Ma per il terapista la cura di sé possiede una doppia valenza: essa vale anche come condizione necessaria per essere in grado di guidare sensibilmente, flessibilmente e coerentemente il paziente nell’acquisire la disciplina della cura di sé. Molti pazienti sono ostacolati da atteggiamenti pregiudiziali per il cambiamento terapeutico: chi è scoraggiato, chi si sforza stoicamente sovraccaricando il corpo, chi evita e si protegge costantemente nei confronti di ogni minima situazione sfidante, chi è incostante nella motivazione, chi pensa subito al peggio, chi non si fida delle percezioni corporee, chi segue un regime comportamentale rigido … Sono tutte forme in cui la disciplina sensibile, flessibile ed emancipativa di sé viene meno. E il compito del terapista è quello di attuare strategie pedagogiche mirate all’acquisizione di quest’attitudine.

Tale competenza pedagogica si basa innanzitutto sul fatto che il terapista stesso ha dovuto affrontare per primo queste sofferenza nella disciplina della cura di sé (il richiamo qui è al tema del guaritore ferito). La cura dell’altro implica cioè la cura di sé come premessa, come requisito preliminare che il terapista deve possedere, per poter incarnare autenticamente lo spirito della cura che egli esprime.

In secondo luogo la cura di sé del terapista vale per la cura dell’altro in quanto requisito situazionale: la cura di sé del terapista si deve attivare collateralmente al gesto di cura rivolto all’altro. Nello stesso momento in cui mi focalizzo sul corpo del paziente, i suoi problemi e i suoi bisogni, mi scopro anche nella qualità del mio gesto di cura, e di tale qualità del gesto devo sensibilmente prendermi cura affinandolo, precisandolo, liberandolo, regolandolo, articolandolo, sviluppandolo. In una parola: coltivandolo, se voglio che il mio gesto aderisca sempre più alle esigenze in fase nascente dell’esperienza intercorporea con il paziente. Si determina così una dinamica terapeutica di un sistema intercorporeo in relazione sintonica.

La duplicità e la sintonicità dell’esperienza di cura intercorporea permette di liberarsi da due pregiudizi riduttivi molto radicati nella cultura tradizionale della cura, e che rendono inconciliabili la cura di sé e la cura dell’altro. Da una parte c’è la riduzione di sé all’altro: la cura dell’altro considerata come sacrificio e annullamento di sé, che impedisce quindi la cura di sé. La direzione di riduzione complementare è quella della riduzione dell’altro a sé: modellando l’altro sul calco dei modelli di normalità prestabiliti e con i quali ci si è identificati, gli si impedisce di esplorarsi e scoprirsi nel paesaggio somatico unico che egli è.