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Il corpo vivente

Che cosa sono, e come si mostrano, le sofferenze del corpo umano? È la domanda primaria con cui ogni terapista riflessivo del corpo si trova a confrontarsi, più o meno consapevolmente, per tutto l’arco della sua esistenza. Anche perché è una di quelle domande alle quali non si può rispondere mai una volta per tutte. Una domanda destinata a rimanere aperta, ma proprio per questo, anche capace di aprire uno spazio riflessivo continuo sul senso della sofferenza e della terapia.

Il corpo della scienza biomedica.

Molti terapisti attualmente ritengono di poter dare risposte sempre più precise al dolore del corpo, grazie alle conoscenze scientifiche sui meccanismi che provocano il dolore. E la promessa, grazie al sapere scientifico, è quella di garantire percorsi terapeutici capaci di aggiustare i meccanismi e di eliminare il dolore. Una promessa destinata spesso a rimanere mancata: non sono rari i casi di pazienti che non trovano risposte adeguate nei programmi di trattamento fondati sull’evidenza scientifica. Come mai? Forse che il sapere scientifico sia in sé inadeguato, o addirittura falso? In realtà il sapere scientifico è fra le imprese umane dotate di maggior dignità, e non possiamo fare a meno di tenerne conto, di appoggiarci sui suoi presupposti, pena il perdersi nelle derive di approcci irrazionali così tanto suggestivi all’apparenza quanto patogeni alla radice della loro insorgenza.

Quindi il problema non è intrinseco alla scienza, ai suoi saperi e ai suoi metodi. Il problema sorge quando, non riuscendo a considerare la realtà complessa della sofferenza umana, si pretende di ridurre i problemi dei pazienti a un sistema deterministico di leggi fisiche. In tal modo il dolore si riduce a fenomeno neurofisiologico e a meccanismo patologico, perdendo di vista l’esperienza di sofferenza che comprende la perdita di somestesi, la tensione affettiva, il valore del proprio ruolo sociale, la fiducia nelle prospettive e nei progetti di vita. Il corpo si riduce all’idea astratta del corpo anatomico e alla metafora della macchina, perdendo di vista la sua natura di corpo vivente coinvolto nell’esperienza. Il movimento umano è ridotto a evento causale determinato da forze meccaniche vettoriali, muscolari e ambientali, perdendo di vista il senso del suo manifestarsi come gesto espressivo e motivato in relazione di senso fra sé e mondo. Gli atti terapeutici mirano all’obiettivo ristretto dell’efficacia, perdendo di vista la necessaria pedagogia di un percorso di cambiamento che riguarda l’intera persona.

La svolta verso il corpo vivente.

Viene a volte il momento critico in cui il terapista comincia a interrogarsi sul corpo. Alcune domande cruciali sono le seguenti: “Di quale corpo mi occupo giorno per giorno nella mia pratica terapeutica? I pazienti vengono a portarmi il loro corpo sintomatico da aggiustare? O vengono come corpo che soffre? Il mio ruolo è quello di un tecnico che conosce e controlla i meccanismi del corpo? O è quello di un soggetto incarnato che si coinvolge in un dialogo e in un percorso con l’altro?”.

Porsi domande di questo tipo permette di operare una svolta esperienziale, a volte faticosa per chi è stato formato al corpo biomedico, ma decisiva per riscoprire ed esplorare i territori del corpo vivente. Nell’avvio di questa svolta esperienziale, il corpo  vivente si presenta subito nella sua duplice struttura direzionale e tensionale di corpo proprio e corpo situato.

In quanto corpo proprio, il corpo vivente è luogo del sé, ossia il corpo che io sono, forma continua e costante con cui sono presente e appartenente a me stesso, nucleo a-tomico (inscindibile) di esperienza. Concretamente è il corpo somestesico che si risveglia nelle sue variabili tonalità, che si propaga nello spazio. Ed è anche il corpo dotato di una struttura stratificata, articolandosi in luoghi di senso discreti, organizzandosi in regioni coordinate, integrandosi come realtà unitaria.

In quanto corpo situato, il corpo vivente abita in modo sensibile e solidale il proprio ambiente di vita. Esso è centro proiettivo di intenzioni, volizioni e azioni verso le diverse prospettive dello spazio di esperienza, instaurando con ciascuna di esse una relazione di senso peculiare: lo “starmi dietro” delle cose di per sé ha un senso ben differente dal loro “starmi davanti”; lo stesso vale per il loro “starmi sotto” e il loro “starmi sopra”, o per il loro “starmi a destra” e “starmi a sinistra”. Il senso di queste relazioni spaziali è un senso percettivo (con cui riconosco una prospettiva di presenza), e allo stesso tempo un senso patico (con cui riconosco il modo peculiare con cui una particolare prospettiva mi colpisce, mi coinvolge) e simbolico (ogni prospettiva assume un valore relazionale ambivalente: ad esempio la prospettiva inferiore come valore infimo, o come valore di radicamento). In questo stadio ancora formale della relazione situata fra il corpo vivente e il suo spazio vivente dell’esperienza, sperimento già il legame intimamente solidale e reciprocamente condizionale che li caratterizza originariamente.

Lo stesso carattere solidale e reciprocamente condizionale caratterizza di conseguenza la relazione situata fra il corpo vivente e la moltitudine di presenze particolari che abitano il suo spazio vivente. Qui però ogni presenza ha un proprio senso peculiare: una persona, un albero, un animale, un libro, si presentano ciascuno in un modo proprio, e mi colpiscono ciascuno a modo suo. Questa peculiarità di senso di ciascuna presenza, associandosi alla varietà e all’ambivalenza delle prospettive nello spazio vivente, offre una varietà di predisposizioni relazionali con il corpo vivente.

La struttura originaria sé-corpo-mondo, e l’esperienza terapeutica.

Alla luce delle precedenti riflessioni, il corpo vivente, in quanto luogo di relazione al sé (corpo proprio) e al mondo (corpo situato), si presenta complessivamente come luogo della struttura sé-corpo-mondo. Il corpo è il collante che tiene insieme questa struttura, fungendo da luogo di sintesi del senso integrale fra sé e mondo. Questa funzione si fonda sul rapporto di connaturalità che il corpo vivente mantiene con il sé in quanto corpo proprio, e con il mondo in quanto corpo situato.

Il corpo proprio rappresenta la forma somatica del sé, e senza questa forma di manifestazione somatica il sé sarebbe privo di prospettiva e di contatto a sé stesso, non avrebbe cioè alcun punto di appoggio per riflettersi, e quindi ritrovarsi, e infine svanirebbe a se stesso. In poche parole, il sé prende forma, si struttura nella propria somaticità: il corpo è connaturale al sé in quanto è come corpo che si aprono le prospettive del sé, ed è come corpo che il sé si pone in contatto, recepisce, viene colpito.

Il corpo situato a sua volta è la prima forma estesa di cui abbiamo esperienza, e che si prolunga nell’estensione del mondo, con il quale genera il senso della situazione che costantemente ci accompagna nel flusso dell’esperienza. In tal modo il corpo è connaturale al mondo in quanto forma estesa e quindi percepita, proponendosi come oggetto di esperienza e di cura al pari di altre presenze oggettuali del mondo.

In sintesi, il corpo è il luogo in cui risiede l’appartenenza a sé e al mondo; ma è anche il punto di incrocio e incontro dialettico fra sé e mondo; e infine è il passaggio analogico in cui il senso del sé si prolunga nel senso del mondo, e il senso del mondo nel senso del sé. È in queste diverse forme relazionali che si costituisce la struttura integrale sé-corpo-mondo.