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Estetica ed etica del gesto terapeutico

La sofferenza estetica e la sua cura terapeutica.

Nella riflessione sulla sofferenza intesa come condizione complessa dell’esperienza del dolore, si sono rilevati due temi fondamentali dell’esperienza terapeutica. Il tema della sofferenza primaria (difetto e distorsione della coscienza somestesica) che predispone al dolore, con i suoi fenomeni del sentire somatico dà un accesso privilegiato alla dimensione estetica dell’esperienza corporea. Invece il tema della sofferenza secondaria (le complesse forme del patimento) che si pone in relazione al dolore, con le sue attitudini e comportamenti dà un accesso privilegiato alla dimensione etica dell’esperienza corporea. Grazie a questo accesso, è possibile allora sviluppare una riflessione mirata alla natura estetica ed etica dei fenomeni di sofferenza e di cura all’interno dell’esperienza terapeutica, e al rapporto che si instaura fra queste due dimensioni.

Il tema della sofferenza primaria, intesa come difetto e distorsione della coscienza somestesica, richiama la dimensione estetica a partire dal proprio difetto e quindi dal proprio bisogno di recuperare una qualità del sentire che è l’esigenza essenziale dell’esperienza estetica. Nel senso comune l’estetica viene intesa come esperienza del bello: ad esempio un bel viso, un bel corpo, un bel paesaggio, una bella melodia. E il sentimento spontaneamente associato all’esperienza del bello è quello dell’ammirazione, che si esprime e s’incarna nell’irradiare dello sguardo, nell’espandersi della bocca, nello scaldarsi del cuore, nel trasporto del corpo. Ammirare è la forma di atto intenzionale della coscienza percettiva rivolta ai fenomeni del bello. Non c’è esperienza oggettuale del “bello” che non trovi corrispondenza in un sentimento soggettivo e incarnato di ammirazione: “ad-mirare” è uno sguardo che riconoscendo la qualità bella del suo oggetto di percezione, l’assume in sé come bellezza e piacere dello sguardo. L’esperienza del bello è quindi allo stesso tempo esperienza sensibile di un oggetto che ci appare bello, ed esperienza incarnata di uno sguardo bello in quanto intriso del sentimento di ammirazione.

Ma si dà un caso di esperienza estetica in cui la bellezza dell’oggetto e l’ammirazione dello sguardo sono vissute non come realtà spazialmente distinte, ma come fenomeni sprigionantisi all’interno dello stesso luogo. È ciò che avviene nell’esperienza somestesica del corpo proprio, dove il corpo si manifesta come entità soggetto-oggetto priva di separazione al proprio interno, benché lo sguardo interiore possa indagare e analizzare i fenomeni somestesici nel corso del loro apparire. Qui la bellezza dell’apparire e l’ammirazione dello sguardo sono due aspetti della stessa realtà del sé. è quello che succede in ogni disciplina corporea, come nella danza, nel teatro o in sport nei quali la consapevolezza e la regolazione del sentire corporeo è fondamentale per riuscire a esprimere gesti raffinati ed efficaci.

A partire da questa intima corrispondenza fra il bello percepito e la qualità ammirata del sentire incarnato, possiamo riportarci ai fenomeni di sofferenza primaria del corpo proprio nel corso dell’esperienza terapeutica. Anche qui, come nelle discipline del corpo come danza, teatro e sport, ci troviamo nell’unità del corpo proprio che fa esperienza di sé. Ma pur rimanendo in ambito estetico, la differenza nei confronti delle altre discipline è che qui il senso del bello è sostituito preliminarmente dal senso di sofferenza. Ma si tratta comunque di una differenza solo apparente. Primo, perché già nelle discipline performative si sperimentano forme di sofferenza estetica, come quando un ballerino prova e riprova incessantemente un gesto difficile da acquisire, rimanendo con un senso di insoddisfazione e frustrazione finché il gesto non sia stato adeguatamente acquisito. Secondo, perché la sofferenza primaria nell’esperienza terapeutica è intesa allo stesso modo come mancanza, difetto di un sentire estetico le cui qualità potenzialmente positive, “ammirevoli”, sono nelle possibilità del corpo stesso.

Con il riconoscimento della sofferenza primaria si realizza così una svolta estetica nell’esperienza terapeutica: non interessa più che il corpo si adegui a schemi posturali e di movimento stabiliti astrattamente come normali e corretti, ma che nell’auto-esperienza possa scoprire qualità tonali piacevoli, apprezzabili, gradevoli, autoregolabili, che da gran tempo erano rimaste fuori dalla sua portata, e dalle quali si era alienato. Sono queste qualità somestesiche che vanno assunte come le nuove guide sensibili e affidabili per il percorso di cambiamento terapeutico.

Per porsi concretamente nella prospettiva di questo cambiamento delle qualità estetiche del sentire, il primo compito di indagine del terapista è quindi quello di porre in rilievo le forme di sofferenza somestesica primaria: quelle parti del corpo che rimangono escluse dalla percezione, che non entrano in relazione dinamica con le altre parti, che manifestano qualità tonali distorte e disturbate; quegli stili di movimento che si caratterizzano globalmente secondo una forma compressiva, trattenuta, deviante, instabile, impacciata, impulsiva. Tali stili globali di movimento permettono di riconoscere la “personalità” somestesica del paziente, il suo modo di sentirsi come corpo, il grado di familiarità o di alienazione che egli ha con la propria corporeità, il terreno predisponente per l’instaurarsi e il perpetuarsi del dolore. Senza questo riconoscimento, il corpo del paziente è destinato a rimanere il primo ostacolo a se stesso, al proprio bisogno di cambiamento, frustrando ogni tentativo terapeutico che non sia passato attraverso un’indagine somestesica.

La sofferenza etica e la sua cura terapeutica.

Il tema della sofferenza secondaria, intesa nella complessità affettivo-cognitiva e attiva del patimento, pone in evidenza la dimensione etica dell’esperienza terapeutica. Se la categoria centrale dell’esperienza estetica è quella del bello associato all’ammirazione, qui la categoria centrale è la qualità del buono, e il concetto del bene. Nel senso comune la qualità buona viene riferita a un oggetto di esperienza del quale si riconosce il possesso di un valore positivo. Il sentimento etico primario che corrisponde all’intuizione di ciò che è buono, è il rispetto: ossia l’attitudine a comportarsi nei suoi riguardi salvaguardandone l’integrità.

Rispettare ciò che ha valore non significa non entrare in relazione con esso, ma agire direttamente o indirettamente nei suoi confronti perché le sue esigenze di integrità vengano salvaguardate. Passiamo così dalla fase del sentire etico a quella dell’agire etico, come attitudine valoriale di base e come scelta valutativa su valori in gioco. Fra il valore dell’oggetto di esperienza e l’azione soggettiva rivolta nei suoi confronti si instaura così una relazione di tipo motivazionale: l’oggetto di valore mi sollecita ad agire in modo conforme alla sua natura, a partire dal vincolo del rispetto.

Nell’esperienza terapeutica del corpo proprio, analogamente a quanto già rilevato sul piano estetico, anche sul piano etico assistiamo all’intreccio fra la prospettiva oggettuale rivolta all’oggetto di valore e la prospettiva soggettiva motivata dal rispetto. In termini oggettuali, il corpo proprio rappresenta l’oggetto di valore per eccellenza, in quanto sé incarnato e luogo intimo primario di ogni possibile esperienza: prima di ogni altra cosa, io incontro sempre il mio corpo, e si fa esso stesso situazione primaria. C’è sempre una estensione del corpo proprio in quanto spazialità del mio essere che devo attraversare, come situazione intermediaria imprescindibile per l’incontro con le cose, per quanto immediato quest’ultimo possa sembrare. E in quanto oggetto primario di valore esso esige un rispetto molto sensibile, fine e senza eccezioni. In questa relazione primaria con la mia distensione corporea apprendo così cosa vuol dire il senso di solidarietà nella forma più piena: il bene del corpo non può che essere il mio bene, la sofferenza del corpo è la mia. Non c’è differenza sul piano esperienziale.

Ma in questo attraversamento del mio spazio proprio incarnato, sento anche esprimersi le qualità soggettive del mio modo etico di essere: la convinzione, la fiducia, la generosità, la perseveranza ( o al contrario la titubanza, la sfiducia, il sottrarsi, l’incostanza) che posso sentire nel mio gesto sono qualità del sé corporeo in azione che completano il senso di rispetto e di solidarietà oggettuali.

Nell’esperienza terapeutica è di fondamentale importanza per il terapista porsi in sintonia con le qualità etiche della corporeità del paziente. È molto frequente infatti riscontrare casi di indifferenza e mancanza di rispetto nei confronti del corpo proprio, nelle forme più svariate di eccessi funzionali (sportivi, lavorativi) tutti caratterizzati dal pretendere dal corpo livelli di prestazione e di adattamento che non è in grado di reggere. L’uso e l’abuso del corpo proprio finisce spesso per creare uno scollamento fra senso del sé e senso corporeo, con perdita della solidarietà originaria: si parla del corpo solo in terza persona, ci si lamenta della sua incapacità di soddisfare le proprie esigenze, ci si vergogna di esso per i difetti che mostra rispetto ai modelli sociali di riconoscimento, lo si intossica con farmaci o droghe affinché non faccia più sentire la propria presenza indesiderata, e così via.

Anche in questo caso, analogamente al caso della sofferenza estetica primaria, il terapista è posto di fronte a un compito preliminare di rilevare le condizioni di sofferenza etica, o disfunzioni valoriali, che possono ostacolare e soffocare sul nascere le potenzialità di cambiamento terapeutico. Spesso la dimensione etica rappresenta un territorio di forte rigidità del sé, caratterizzato da credenze pregiudiziali che si sono strutturate e consolidate nel tempo, resistendo a ogni tentativo di messa in crisi sul piano cosciente e razionale. Il modo più genuino ed efficace per iniziare un processo di destrutturazione/ristrutturazione della postura etica del soggetto è quello di scoprire le qualità ibride etico/estetiche che si scoprono spontaneamente nell’analisi somestesica del corpo proprio, e a partire da lì tessere un tessuto metaforico di senso fra i fenomeni estetici e quelli etici, e aprire così uno spazio somatico di tipo metamorfico capace di aprire al cambiamento etico, e più in generale spirituale del sé.

Sentire la Grazia.

L’estetica e l’etica rappresentano due sfere di senso primarie con le quali si coglie direttamente la bellezza e il valore dell’esperienza, anche nelle loro forme manchevoli ed esasperate della sofferenza. Averle discusse separatamente ci ha aiutato a identificarle in alcuni loro concetti rilevanti oltre che nelle loro specifiche funzioni. In realtà all’interno di un’esperienza coinvolta l’estetica e l’etica di regola non si presentano come sfere separate, ma come un intreccio di senso ibrido, in cui l’evidenziarsi del senso dell’una non può avvenire senza richiamare anche il senso dell’altra.

Se riusciamo a mantenere la consapevolezza su questo intreccio estetico-etico, abbiamo l’opportunità di accedere a un nuovo piano di realtà, dalla struttura sincretica, cioè dalla struttura composita e non separabile. E in quanto piano di realtà unitario, in una prospettiva genetica esso risulta anche primario, cioè antecedente rispetto alla separazione dei suoi piani derivati. Non c’è un nome appropriato per questo piano, e definirlo con l’insieme delle sue realtà derivate, “estetico-etico”, non fa che confermare la sua indicibilità. Ma può essere denominato con il suo fenomeno più caratteristico e pervasivo, quello che garantisce esperienzialmente di essere situati in esso: è il fenomeno pervasivo della Grazia, che non a caso gli antichi definivano come kalós kái agathós, ossia il bello-e-buono. Il carattere sincretico del bello-e-buono con cui si manifesta la grazia, prima del loro distinguersi in due domini distinti, ci fa capire che siamo in presenza qui di un sentimento originario. Allora per intuire il senso della Grazia, e quindi di questo piano di realtà sincretico, può essere utile riflettere sui diversi modi in cui possiamo intendere la relazione fra bello e buono.

La relazione fra bello e buono può essere intesa innanzitutto considerandoli come elementi che concorrono al costituirsi della grazia. Nella sua natura estetica, la bellezza della Grazia si dà come luminosità intrinseca che irradia nell’intero campo di relazione, ma anche come qualità aggraziata, morbida e delicata nel porgersi all’intero spazio circostante. La grazia non si esibisce né si impone prepotentemente ai sensi; eppure, una volta che sia stata colta nella sintonia di uno sguardo, di un ascolto, di un contatto, essa ci cattura, e non possiamo più distoglierci da quello sguardo, quell’ascolto, quel contatto, che resta come un’impronta indelebile nella memoria. È quello che si chiama lo stato di grazia, da cui non si vorrebbe più uscire per il senso estetico di pienezza e di perfezione che essa comporta. Nell’esperienza terapeutica capita a volte che un paziente confidi di sentirsi in uno stato di grazia in occasione della scomparsa del dolore: tutto sembra sorridere, ogni cosa torna al suo posto, c’è un senso di benessere pieno dentro e fuori di sé. Questi rari momenti di piena espressione della grazia rappresentano degli apici di esperienza estetica, e sono destinati a scemare non appena il cambiamento felice appena avvenuto entra nel tunnel della quotidianità.

Ma la grazia può persistere anche come stato d’animo durevole e tendenzialmente stabile al di là delle contingenze variabili dell’esistenza: ci sono persone che emanano un senso intimo di grazia in ogni momento dell’esperienza, e se la portano dietro come un alone e una scia che coinvolgono anche le persone che le incontrano. E infine c’è la grazia latente, quella di cui siamo tutti quanti portatori, ma che nella gran parte dei casi non riusciamo a lasciare esprimere. Un compito dell’esperienza terapeutica è anche quello di tirare fuori, anche per pochi momenti, quella grazia di sé che magari da tanto tempo è rimasta nascosta e alienata sotto lo spessore di una sofferenza cronica.

La grazia ha anche una natura etica. In particolare essa è la matrice di due concetti complementari come la gratuità e la gratitudine, che indicano i due lati dell’esperienza genuina del dono: quella che si realizza fra chi dona gratuitamente e chi riceve con gratitudine. L’oggetto del dono è un oggetto di valore, e quindi il destinatario del dono è ritenuto meritevole di ricevere il dono-valore, in quanto persona degna. A questo proposito si parla di scambio a pieno titolo, in quanto la gratitudine sincera di chi riceve il dono si riversa a sua volta come dono sul donatore, che si trova a ricevere con gratitudine la gratitudine dell’altro, tanto che viene spontaneo dire, a sua volta: grazie. Inoltre i sentimenti di gratuità e gratitudine si fanno più intensi e intimi quando si trasmette nel dono un dono di sé: donare il proprio tempo o il proprio spazio all’altro, o affidargli qualcosa cui si teneva tanto, è dare qualcosa di sé all’altro. Con queste articolazioni di significati simbolici oltre che etici del dono, l’esperienza della grazia rivela una sovrabbondanza di senso che trascende le forme di scambio unilineari e strumentali.

La struttura del dono che si trasmette fra gratuità e gratitudine si è anche prestato, nella storia dell’uomo, a divenire la forma della grazia come gesto di benevolenza fra il sovrano e il suo popolo, o fra il divino e l’umano. In questi rapporti fortemente asimmetrici si prevede anche che chi si trova in una posizione inferiore chieda la grazia a chi ha il potere di dare la grazia a sua discrezione. Ma in questi contesti ci siamo allontanati fortemente dalla grazia come condizione originaria dell’uomo, si è operata una preliminare epurazione della sua natura estetica, ed è venuto meno il senso essenziale di reciprocità che vincola i soggetti nel legame etico-affettivo del dono.

Infine la relazione fra bello e buono da cui emerge la grazia si caratterizza anche nel dinamismo della reciprocità. Può essere la reciprocità del supporto: il bello favorisce il buono, così come il buono favorisce il bello. Il bello favorisce il buono: se sono turbato da una preoccupazione, o da una relazione affettiva in crisi, o dalla rabbia per un torto subito, a volte non c’è niente di meglio di una passeggiata nella bellezza della natura (una strada isolata di campagna, un bosco) che assorbe i miei turbamenti, e mi fa capire che esiste sempre qualcosa di bello che va oltre essi, e in cui val la pena situarsi. E a poco a poco sento la consolazione che mi arriva dagli alberi e dall’orizzonte, i miei pensieri si fanno più sfumati e distanziati, e anch’io, come gli alberi del bosco e l’orizzonte della campagna, imparo ad accoglierli con un senso di pietas. Il buono favorisce il bello: se amo il giardino di casa come luogo di valore che mi fa stare bene, me ne prendo cura sistematicamente perché abbia una sua bellezza, una sua armonia, per darmi l’opportunità di sedermi al suo interno ad ammirarlo, o come contesto per una piacevole lettura.

Nell’esperienza coinvolta il rapporto di supporto reciproco fra bello e buono è spesso così stretto e immediato, che tende a trasformarsi in un rapporto di costituzione reciproca: il bello è tale in quanto buono, e il buono è tale in quanto bello. Il sentire estetico inteso strettamente nei termini della percezione, si amplia senza soluzione di continuità a riguardare anche il sentire etico: quando percepisco una persona sento anche le esigenze che emanano dalla sua presenza su come posso comportarmi con essa. È quello che si chiama “carattere di invito”, o affordance, che mi permette di relazionarmi in modo adeguato alle esigenze di ogni tipo di presenza che percepisco nell’ambiente. Viceversa, nella formazione di una professione di ambito etico (come sono le professioni sanitarie), l’apprendimento di un codice di comportamento etico non viene adeguatamente appreso e praticato finché la persona non ha imparato a sentirlo “nella propria pelle”, ossia nella qualità positiva e piacevole di uno stato d’animo, di un’emozione, di uno sguardo empatico, di una sintonia somatica. Si sente direttamente il valore di un oggetto, di una persona, di un’esperienza. Quindi in sintesi è nella qualità estetica che apprezziamo l’etica, ed è nel valore etico che giustifichiamo l’estetica.