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La sofferenza, o l’esperienza del dolore

Il dolore in quanto sofferenza.

Avendo individuato il corpo vivente e l’esperienza consapevole come fondamenti di una prospettiva fenomenologica sulle condizioni di malattia, è possibile affrontare con una diversa sensibilità uno dei fenomeni centrali della malattia, come il dolore, includendolo all’interno di una categoria esperienziale più ampia, come la sofferenza, che permette di comprenderlo in modo più esaustivo e adeguato alla condizione umana.

Il dolore è inteso in genere dai professionisti della salute come un sintomo che segnala un problema nell’organismo. Il ragionamento clinico mira a individuare la relazione causale esistente fra il problema fisico dell’organismo e il sintomo-dolore, e quindi a proporre il trattamento più adeguato a controllare o a eliminare la causa.

Questo modello tanto chiaro quanto semplificato del dolore non ha bisogno di considerare l’esperienza della persona che vive il dolore come un fattore fondamentale per la comprensione e la gestione del dolore stesso: che si tratti di una persona stoica o lamentosa, fiduciosa o paurosa, il trattamento sarà sempre lo stesso. Questo modello si adatta bene a condizioni di malattia come un’infezione, un’infiammazione, un tumore. E pur tuttavia già in questi casi sappiamo quanto lo stato d’animo, le motivazioni e la forza morale della persona possano incidere sulla propria condizione, dato che i processi organici si inseriscono in un più complesso sistema di adattamenti psichici, neurali, endocrini e immunitari.

Ma ancor di più il modello organicistico del dolore manifesta il proprio difetto di prospettiva allorché ci troviamo di fronte al dolore del sistema sensitivo-motorio. Qui il dolore è quello di un corpo in relazione dinamica con il proprio ambiente di vita, e che viene messo in crisi nelle sue stesse strutture corporee di relazione. Inoltre il dolore qui non è un processo indipendente dalla persona, perché ha a che fare con fattori soggettivi come lo stile, l’abitudine, la sensibilità e il senso di autoregolazione con cui la persona si muove: ossia, in ultima analisi è addebitabile alla persona stessa, al suo modo particolare di predisporsi e di muoversi nel suo mondo di relazioni significative. Si può trattare di posizioni sedute prolungate in chiusura, di posizioni in piedi asteniche, di un capo proiettato in avanti, di un’attività sportiva che utilizza schemi di movimento sforzati, e così via.

La sofferenza primaria di coscienza somestesica.

L’espressione inadeguata di questi fattori soggettivi del movimento si traduce quindi in sollecitazioni fisiche patologiche che usurano e traumatizzano i tessuti corporei, e che infine esitano nel dolore. Questo è il primo versante complesso delle condizioni che precedono l’esperienza del dolore, e che possiamo chiamare la sofferenza primaria di coscienza somestesica (somestesi = sensibilità corporea). Il corpo cioè soffre primariamente di un deficit di coscienza sensibile di sé, dove il termine sofferenza viene qui inteso nel suo significato di “difetto”, ma anche “distorsione”. Non c’è ancora dolore, ma c’è un muoversi in direzione del dolore, magari con qualche avvisaglia di cui non cisi rende conto, un disagio cui non si dà importanza. Solo una guida somestesica accurata del gesto può farla emergere alla coscienza, con un senso d’inquietudine per il vuoto di un corpo muto, o un senso di stupore per una scoperta imprevista.

Condizione affettiva e cognitiva del soffrire.

C’è poi il secondo versante delle condizioni del dolore, quelle che fanno seguito alla manifestazione del dolore stesso, e che si pongono in relazione intenzionale con esso. Il dolore è un fenomeno che non viene semplicemente constatato dal paziente, ma che scatena atteggiamenti reattivi. Il dolore assume innanzitutto il carattere di un’espressione emozionale di qualità e intensità variabile, dalla sopportazione al pianto irrefrenabile.

Ma insieme all’espressione emozionale diretta si attiva un senso cognitivo di preoccupazione più o meno venato da ansia se non pure da angoscia, e che si lega al bisogno di capire la natura del dolore. La domanda sottesa è fondamentalmente: “cosa sarà mai?”. A volte la persona è in grado di darsi una giustificazione plausibile del dolore, magari perché è già successo altre volte, si è già fatta un’idea della possibile causa, e quindi si trova in una condizione cognitivamente orientata sul dolore. Altre volte invece non si riesce a formulare una tale giustificazione, vuoi perché si tratta della prima volta, vuoi perché comunque non si riesce a individuarne il possibile motivo, e allora aumenta il disorientamento e il carico di angoscia.

Condizione esistenziale del soffrire.

Strettamente associate a tali condizioni cognitive sono le previsioni sulle possibili conseguenze per i contesti della vita personale. Conseguenze sugli impegni che ci attendono nel futuro prossimo e quotidiano: il lavoro, la gestione familiare, lo studio. Ma anche conseguenze su progetti a più lunga gittata, da cui dipende il senso di realizzazione esistenziale: un impegno importante al quale ci si è preparati da tempo e che rischia di saltare, l’attaccamento al lavoro, la partecipazione a eventi sociali importanti per la il senso di identità e di appartenenza, una pratica sportiva che dava benessere. Il dolore si affaccia su questi contesti vitali con il proprio carico di dirompenza, rischiando di vanificare le fatiche costruttive e far saltare gli equilibri organizzativi di una vita. L’incubo, che suona a volte come una condanna, per il paziente è quello di sentirsi dire: “D’ora in poi non puoi più permetterti di …”.

Sofferenza secondaria di reazione al dolore.

Infine, sotto la pressione di questi vissuti strettamente associati al dolore, la persona tende a rapportarsi al dolore, ad agire nei suoi confronti. Più precisamente, tende a retroagire sul dolore, ossia cerca di invertire la relazione di causa ed effetto: ella mira a passare dal ruolo di effetto passivo che subisce i colpi causati al dolore, al ruolo di attore causale, capace di assumere un controllo sul dolore, e idealmente di estirparlo. Quest’ultimo passaggio retroattivo può assumere una gran varietà di forme e di stili comportamentali: ad esempio assumere atteggiamenti protettivi che tendono a eliminare gli stimoli irritativi, in particolare nelle condizioni acute; ma quando questo atteggiamento si fissa al di là dell’esigenza contingente, esso può degenerare nell’atteggiamento di evitamento, con cui ci si sottrae alle sfide inevitabili che la vita pone al corpo vivente, che finisce per perdere capacità adattativa; viceversa si può assumere un atteggiamento di affrontamento che non si sottrae al confronto con le sollecitazioni potenzialmente dolorose, e cercando di mantenere il proprio livello di impegni; ma anche questo atteggiamento può fissarsi in un atteggiamento eroico che lotta insensibilmente contro il dolore come fosse un nemico, e dimenticandosi che in realtà è un alleato, in tal modo esasperando e auto-perpetuando la condizione di dolore.

Questa costellazione di fenomeni che si accompagnano al dolore (l’espressione emozionale, il senso cognitivo di preoccupazione, le conseguenze per i contesti della vita personale, la realizzazione esistenziale, la retroazione sul dolore) costituiscono nel loro insieme la sofferenza secondaria di reazione al dolore, che da un lato rivela il coinvolgimento a tutto spessore della vita personale nei confronti del dolore, e dall’altro rivelano il finalismo di tentativi spontanei alla ricerca di un adattamento al dolore, in modo più o meno adeguato ed efficace. In questa forma secondaria di relazione con il dolore la sofferenza assume più propriamente il senso di “patimento”, la cui radice greca, pathos, è all’origine di un campo di significati molto ampio, come: patire, passività, passione, paziente, pazienza, patologia.

Terapeuti della sofferenza del corpo vivente.

Volenti o nolenti, consapevoli o no, è questa scia di sofferenza primaria (difetto e distorsione della coscienza somestesica) e secondaria (le complesse forme del patimento in relazione al dolore) che i pazienti portano con sé nella loro vita quotidiana, e inevitabilmente portano all’attenzione del terapista, pur se spesso in modo confuso e inconsapevole. Il terapeuta dal canto suo non può limitarsi a calcolare la relazione causale fra uno stimolo irritativo, un tessuto e il dolore, ignorando il complesso di sofferenza in cui il dolore si trova inserito, e con cui si delinea la performance espressiva del dolore. Non si può trascurare la sofferenza primaria di coscienza somestesica, in quanto è nei suoi vuoti e nelle sue distorsioni che si alimentano e si perpetuano sistematicamente schemi di movimento patogeni. Non si possono trascurare le dimensioni di sofferenza affettiva, cognitiva, esistenziale associate al dolore. E non si può trascurare la sofferenza secondaria di attitudini relazionali perché in essa troviamo spesso condizioni affettive, modelli culturali e credenze cognitive che risultano pregiudiziali alla storia e al destino del dolore. La verità del dolore umano sta nel complesso della sua sofferenza, ed è a questa verità che dobbiamo rendere conto, al di là delle difficoltà di approccio che ciò può comportare. Non siamo terapisti che trattano il dolore del corpo fisico, ma terapeuti che condividono la sofferenza del corpo vivente.