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L’idea fenomenologica di esperienza

Fare esperienza, e il modello del terapista esperto.

L’idea comune di esperienza in qualsiasi ambito professionale è un’idea pragmatica, strettamente associata al “fare”. Si pensa che quante più volte e per più tempo si esegue un’azione o una pratica, tanto più si diventa esperti in quell’azione o pratica. Il “fare” inteso come ripetizione ripetuta e sistematica nel tempo dovrebbe garantire automaticamente il risultato. Fare esperienza si caratterizza in tal modo come un approccio utilitaristico (si usa l’azione in vista di un risultato) e automatico (sono le proprietà fisiche dell’azione che di per sé dovrebbero garantire il raggiungimento dello scopo).

Questo modello del “fare esperienza” in ambito riabilitativo si applica sia ai pazienti (“esegui questo esercizio tre volte al giorno per 30 minuti”) sia ai terapisti stessi: fare esperienza in un ambito significa accumulare un numero adeguato di casi trattati secondo i protocolli più aggiornati, fino al punto da potersi ritenere esperti in quell’ambito.

Il modello del terapista “Esperto” (ossia, colui che ha fatto molta esperienza) si caratterizza nei seguenti modi: ha trattato molti casi in un settore (accumulazione di esperienze), è aggiornato sulla letteratura scientifica (erudizione), servono almeno 10 anni di esperienza (chi l’ha deciso?), ha l’occhio clinico (inquadramento diagnostico), sa già come spiegare i dati clinici (sapere interpretativo), sa già cosa fare (sapere pratico), sa già come andrà a finire (sapere prognostico)

Ma a dispetto della pretesa di un sapere e di un controllo sul corpo del paziente, gli effetti terapeutici da una parte, e gli apprendimenti esperti dall’altra, risultano spesso deficitari, perché il processo automatizzato di indagine e terapia fa scorgere del paziente solo ciò che è tipico, e nasconde ciò che è peculiare; interroga il paziente per riempire i tasselli necessari a formulare la diagnosi, e non per conoscerlo personalmente; fa agire secondo schemi prestabiliti, e impedisce di regolare l’azione sulla base del sentire processuale. In sintesi, il professionista esperto incontra dei casi patologici e non i pazienti in carne e ossa.

Fare esperienza, e il modello del terapista neofita.

Rimanendo all’interno di una concezione del fare esperienza, incontriamo un altro modello, quello del terapista neofita, opposto e complementare al modello del terapista esperto. Per definizione, neofita è colui che è nuovo all’esperienza, quindi inesperto. Nella letteratura riabilitativa il quadro caratteristico del neofita è quello di un terapista che non sa distinguere il rilevante dall’irrilevante, non sa fare sintesi, insicuro e grossolano nella pratica, rigidamente attestato alle regole protocollari, incerto in cerca di certezze.

Questo quadro tutto al negativo mostra due pregiudizi: il primo pregiudizio è quello di essere stato tratteggiato da terapisti posti sulla sponda esperta, che nello stereotipo negativo del neofita trovano un comodo alter ego su cui specchiarsi e darsi una identità auto-compiaciuta. Il secondo pregiudizio è quello di attribuire all’oggettiva mancanza di esperienza dei caratteri negativi che potrebbero essere criticamente attribuiti ai modelli didattici rigidi e inautentici, con cui gli esperti hanno guidato l’esperienza formativa dei neofiti.

In realtà la condizione di neofita, in una sensibilità formativa aperta e solidale con le varie fasi evolutive del soggetto terapeuta, presenta delle potenzialità positive da riscoprire e valorizzare. Il neofita genuino, quello che ancora non è stato inquadrato all’interno di rigide prassi di pensiero e di azione, è colui che si caratterizza per un’apertura e disponibilità ad ampio spettro nei confronti dell’esperienza possibile. Inoltre il sentimento tipico del neofita è quello dello stupore, perché per lui è la prima volta, e i fenomeni che vive sono nuovi, non ovvi e risaputi.

Essere nell’esperienza.

Fondamentalmente il “fare” esperienza, e gli stereotipi complementari del terapista esperto e neofita, mantengono un rapporto distanziato e strumentale con il paziente. I limiti e la rigidità di questi modelli possono essere messi in crisi operando la svolta radicale dell’“essere-nell’esperienza”.

Il primo passo per operare questa svolta radicale è quella di ricondursi alla condizione genuina del neofita, cioè di colui che si orienta all’esperienza nel suo carattere di novità, come “la prima volta”, e che quindi vive sistematicamente l’esperienza con il sentimento conoscitivo-affettivo dello stupore.

La condizione di stupore del terapista che è nell’esperienza, sistematicamente coltivata, permette il passaggio cruciale dall’attitudine distanziata e strumentale all’attitudine di coinvolgimento, cioè di mettersi in gioco ed esporsi alla relazione con l’altro, con l’incertezza, la complessità e i rischi che essa comporta. Solo vivendo così all’interno del campo relazionale è possibile per il terapeuta comprendere la prospettiva sofferente del paziente, e orientare sensibilmente il percorso terapeutico.

I sintomi e la diagnosi patologica non sono più la guida privilegiata nelle scelte del terapeuta coinvolto. Egli si orienta verso i fenomeni somestesici globali del corpo del paziente, seguendoli nel loro insorgere, propagarsi, modificarsi, e ponendo un’attenzione particolare al loro carico affettivo ed espressivo. Inoltre il terapeuta coinvolto è tale in quanto egli stesso, facendo parte del campo di esperienza, è soggetto alle sue incidenze somestesiche e affettive sul proprio corpo, e le vive consapevolmente.

Aprendo questa doppia prospettiva di consapevolezza sul corpo vivo proprio e dell’altro, il terapeuta si pone fondamentalmente sul piano della relazione somatica. All’interno di tale relazione sfumano le differenze di ruoli: il paziente non è più il bersaglio passivo delle cure del terapeuta, ma è una fonte continua di sollecitazioni che instaurano una dialettica con il corpo del terapeuta. E quest’ultimo non è più il somministratore di forze, ma un luogo ricettivo di forze, attraversato da forze. Fondamentalmente, il corpo del paziente e quello del terapeuta instaurano un campo intercorporeo, nel quale i due soggetti sono chiamati a interagire sensibilmente e consapevolmente.