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Pedagogia del sentire

Per una pedagogia estetica.

L’azione terapeutica nei confronti del corpo vivente sofferente non si basa solo su un ragionamento clinico mirato a identificare la causa del dolore. Il terapeuta è mosso anche da un intento pedagogico che mira a predisporre condizioni di esperienza terapeutica compatibili con le risorse del paziente: le sue potenzialità, il suo stile di apprendimento, i suoi bisogni e l’organizzazione del suo sistema somestesico. Ma allo stesso tempo tali risorse vanno stimolate affinché evolvano.

Quest’intento pedagogico si esprime concretamente nei termini di una pedagogia estetica: essa pone cioè a proprio oggetto privilegiato l’esperienza somestesica, il sentire del corpo. Il sentire corporeo non è solo percepire sensazioni fisiche di tensione, pressione, calore. La somestesi vissuta con un’adeguata consapevolezza diventa l’accesso alla condizione affettiva: lo stato d’animo diffuso al nostro interno, o un’emozione specifica che modella il presentarsi del corpo. Strettamente associato a questo sentire affettivo è il sentire morale, essendo ogni emozione il rivelarsi del valore positivo o negativo che conferiamo alla fonte che l’ha stimolata.

La pedagogia estetica non riguarda il singolo soggetto, ma è una scienza esperienziale della relazione intersoggettiva. Nel nostro caso, della relazione intercorporea. L’esperienza terapeutica autentica fra due soggetti si instaura nei termini di una doppia sintonia: ciascuno con il proprio corpo, e con il corpo dell’altro. La sensibilità verso l’altro va di pari passo con la sensibilità di sé. Solo avvertendo la complementarietà di questa doppia prospettiva è realmente possibile sentire la relazione, stare sensibilmente nella relazione. La sintonia intercorporea è il compito primario e la disciplina costante del terapeuta, e solo a questa condizione può diventare un’esperienza disponibile e terapeuticamente praticabile anche per il paziente.

L’esperienza estetica del corpo vivente nella pratica terapeutica può essere concepita secondo due passaggi generali: il risveglio e l’integrazione. Il risveglio consiste nel portare un luogo corporeo nel campo della coscienza consapevole, ossia a manifestarsi come fenomeno di esperienza. Tale risveglio, in un luogo sofferente, potrà risultare problematico secondo una varietà di distorsioni e di vuoti percettivi. Il passaggio successivo dell’integrazione consiste nel riconoscere le propagazioni e le influenze che legano un luogo ad altri luoghi, generando una struttura estesa e complessa, ma anche unitaria. In realtà molto spesso il risveglio stesso si ottiene mediante la sollecitazione integrativa di un altro luogo.

Infine l’integrazione può svilupparsi ulteriormente in esperienze d’integrazione fra i diversi strati di realtà del corpo vivente: somestesico, funzionale, affettivo, dinamico, morale, simbolico.

Per una pedagogia dialogica.

La pedagogia estetica del sentire nella varietà dei suoi piani di senso è la condizione necessaria per un’autentica pedagogia dialogica. Anzi possiamo dire che questa varietà di piani di senso si presenta come il fondamento strutturale sul quale si instaura la funzione dialogica. Il dialogo in quanto forma di comunicazione sensata, consiste nel gioco dialettico fra due entità (due luoghi, o due strati, o due soggetti) riconosciute nella loro differenza e allo stesso tempo comunanza.

La pedagogia dialogica del corpo richiama fortemente l’arte maieutica (o della levatrice) concepita da Socrate: la verità abita già l’interno del corpo, è la sua potenzialità autentica, e non chiede altro che di venire alla luce. Compito del dialogo terapeutico (somatico, verbale) è aiutare la potenzialità del corpo a venir fuori. Siamo qui nel cuore dell’arte pedagogica come percorso del prender forma (Bildung) della verità del corpo, come sua possibilità terapeutica di emanciparsi dal vincolo buio della sofferenza.

La dinamica del dialogo si mantiene viva finché nel campo dialogico si pone una domanda che apre una questione e quindi la possibilità di un percorso, un’esplorazione, un esperimento, una ricerca. Ciò richiede preliminarmente di sospendere ogni atteggiamento di ovvietà, di risaputo a proposito del corpo e del suo soffrire, perché l’ovvio e il risaputo reiterano il già fatto e spengono sul nascere la ricerca di senso, il dialogo.

Per tale motivo l’arte terapeutica si caratterizza soprattutto come arte del saper domandare, anziché del saper rispondere e spiegare. Solo a partire da una domanda si instaura un dialogo, una ricerca e infine una scoperta, cioè il dis-velarsi, il venire alla luce di una verità genuina dell’esperienza.

Spontaneità dell’accadere ed espressività consapevole.

La pedagogia estetica del corpo vivente è particolarmente attenta al modo di manifestarsi dei fenomeni somatici. Un carattere primario del corpo vivente è la sua spontaneità di manifestazione: il corpo vivente accade immediatamente a se stesso e alla situazione come coscienza incarnata e situata, prima di ogni tentativo di controllo da parte di una mente disincarnata. L’esperienza terapeutica evolve nella misura in cui riusciamo a essere nell’immediatezza del sentire, dell’impatto che le cose hanno su di noi. Non decidiamo noi come le cose devono manifestarsi e colpirci. Se da una parte possiamo renderci pronti ad accogliere il fenomeno, a predisporci adeguatamente nei suoi confronti, dall’altra non sappiamo come esso arriverà nel nostro spazio e come lo attraverserà. È nel momento stesso in cui il fenomeno somatico ci accade che dobbiamo essere pronti innanzitutto a seguirlo, e quindi a regolarlo.

Un altro carattere estetico fondamentale del corpo vivente è la sua espressività: i fenomeni recepiti e agiti da parte del corpo sono eventi primariamente affettivi e dinamici dotati di qualità e intensità. Le sofferenze del corpo vanno quindi riconosciute anche nei termini di sofferenze espressive. Il vuoto espressivo (non sentire, l’esecuzione di un movimento indifferente a sé e teso alla mera correttezza formale) e la distonia espressiva (l’emozione esplosiva, intrappolata, subita, distorta) sono condizioni di sofferenza profonda, che rivelano una rottura dell’integrità somatica, uno svuotamento della qualità e intensità vitale, l’auto-estraniazione di un sé disancorato dal corpo.

A fronte di queste sofferenze espressive è necessario recuperare qualità tonali di relazione esteticamente valide e vitali, da porre come temi privilegiati dell’esperienza terapeutica. Un passaggio significativo di questo recupero è quello del linguaggio espressivo: fa parte del percorso terapeutico trovare, oltre alle percezioni ed emozioni adeguate, anche le parole giuste per esprimere la ricchezza e le sfumature dell’esperienza vissuta. L’esperienza corporea si rende compiuta quando il sentire corporeo si fa parola incarnata, capace a sua volta di ispirare nel corpo le qualità espressive di cui si è fatta voce.

Senso dell’inizio, della tendenza e del limite.

La pedagogia estetica ha per oggetto fenomeni che si svolgono nel tempo vissuto: iniziano, si sviluppano, hanno un termine. Ciascuna di queste fasi possiede un proprio clima esperienziale.

L’esperienza dell’inizio è quella in cui assistiamo al manifestarsi di un fenomeno corporeo (posturale, di movimento) in fase nascente, nel suo primo sorgere. Solitamente, nella vita quotidiana il sorgere di un fenomeno è d’intensità lieve, e richiede una fine sensibilità per essere avvertito. Capita spesso però che l’inizio dei fenomeni somatici sia brusco, impulsivo. O che sia incerto, trattenuto, inibito da un’esitazione o da un timore. In entrambi i casi si viene a determinare un sovraccarico di tensione, esplosiva o implosiva, e viene meno il senso adeguato dell’inizio: delicato e sicuro allo stesso tempo. Nell’esperienza dell’inizio il corpo che si prepara tonicamente a modificarsi, si rende pronto a sostenere l’impegno richiesto per il modificarsi degli equilibri al proprio interno, e fra sé e l’ambiente. Terapeuticamente, è apprendere a re-iniziare mediante una strategia di regressione al primo accenno, fino alla possibilità di scoprire un nuovo inizio, un differente schema somestesico.

Dopo essersi generato, il fenomeno somatico si sviluppa secondo una direzione, un’ampiezza, una variazione di tensioni ed equilibri interni. Dal punto di vista dell’esperienza terapeutica, quello che più interessa di questa fase è il suo carattere tendenziale, cioè la predisposizione del corpo ad assumere un orientamento spaziale e una configurazione tonale. L’esperienza dello sviluppo equivale allora inizialmente a riconoscere la sua tendenzialità, per poi seguirla sensibilmente, e quindi per darsi eventualmente anche la libertà di modificarla, di prendere un nuovo ritmo, una nuova direzione spaziale e configurazione tonale.

Dopo essersi sviluppato, infine, il fenomeno corporeo è destinato a esaurirsi. Riconoscere questa tendenza finale che dà compimento al fenomeno è ciò che possiamo chiamare senso del limite. Le sensazioni che annunciano il limite sono svariate: una tensione importante, una pressione che comincia a disturbare, una fatica che comincia a farsi sentire, un indolenzimento sordo, un senso di stanchezza e di fatica … Sentire queste sensazioni comprendendole come segnali del sopraggiungere del limite adattativo, e quindi rispettarle in quanto tali ponendo termine all’azione, rappresenta una forma di rispetto sensibile del corpo, proteggendolo dall’eccesso di esposizione a stimoli stressanti. Ma in una forma più fine, il senso del limite si esprime anche prima di tali segnali di sovraccarico, potendo essere inteso come il senso del naturale ed estetico esaurirsi del gesto, caratterizzato da un carico d’impegno moderato e ben distribuito, evitando lo sforzo e il sovraccarico. Nell’esercizio terapeutico è fondamentale porre in atto tale senso regolativo, che mantiene il corpo in un campo di espressione favorevole.