Information

Populate the side area with widgets, images, and more. Easily add social icons linking to your social media pages and make sure that they are always just one click away.
 

Forme gestuali originarie

Essere gesto

Cos’è l’uomo? In senso radicalmente materialista si potrebbe dire: “L’uomo è ciò che mangia” (Feuerbach). In senso pragmatista: “L’uomo è ciò che fa”. In senso esistenziale: “L’uomo è ciò che fa di sé” (Sartre). Ciascuna di queste definizioni coglie un elemento di verità, resa però subito problematica dalla tendenza riduttiva insita in una definizione ristretta alla materialità del cibo, all’agire strumentale nel mondo, e al tempo di un sé disincarnato.

In senso fenomenologico potremmo dire: “L’uomo è i suoi gesti”. Un’altra riduzione? No, se nel gesto umano concreto riconosciamo l’espressione di una sintesi originaria di sé e mondo, di anima e corpo, di emozione e cognizione. In tal modo nel gesto si esprime una saggezza primaria, capace di generare una Forma, cioè una struttura e una tonalità essenziale del corpo proprio e situato. In generale il gesto mantiene l’uomo fedele alla sua dimensione antropologica, preservandolo dalla doppia tentazione di una fuga da sé in direzione materialistica o spiritualistica.

Situarsi, Abitare, Radicarsi.

Ogni gesto dell’esperienza nasce nella situazione in cui si è coinvolti, cioè dalla condizione dell’essere situati. Per questo il primo atto di coscienza corporea non consiste nel rivolgersi all’interno di sé come essere isolato, ma nel situarsi consapevolmente alla frontiera di sé, nel contatto originario in cui ci troviamo da sempre con il mondo dell’esperienza personale. Situarsi è quindi innanzitutto il primo gesto con cui recuperiamo e riscopriamo la relazione con lo spazio di esperienza in cui già ci troviamo in modo irriflesso, inconsapevole. In tal modo il gesto si fa fenomeno dotato di una propria forma di relazione essenziale: è forma gestuale. La forma strutturale ideale del gesto del situarsi è quella di una sfera al centro della quale ci si pone. Sale struttura originaria di attitudine esperienziale rivela una disponibilità preliminare diffusa a tutte le possibilità insite e latenti nella situazione in corso: è l’attitudine spaziale del “sì, eccomi qua”, e temporale del “sono pronto a…”, prima ancora di prendere una particolare direzione.

Se, in quanto gesto, il situarsi ci impegna in un “agire”, esso lo esprime preliminarmente nella modalità dell’abitare, che non è un fare momentaneo e mirato, ma uno stare, un dimorare, un soffermarsi lì dove si è. È grazie a questo durevole abitare che impariamo a generare una prospettiva personale sulle cose che ci circondano, e in questa prospettiva sviluppare una sensibilità originale, un modo tutto nostro di affacciarci all’esperienza.

Allo stesso tempo è nella familiarità di abitare lo spazio interno che possiamo assorbire e riconoscere come intimamente nostro il clima che vi si respira. Respirarsi dentro è l’espressione vitale primaria di un olfatto interno che annusa il clima gravido della nostra presenza, e ci sospinge a nascere e rinascere continuamente a noi stessi. E come ogni nascita, il nascere esperienziale è fin da subito il primo atto ambivalente e inscindibile del nascere a se stessi e al mondo. In questa duplice direzione del “nascere-a” sperimentiamo quell’intima solidarietà fra sé e mondo che noi stessi siamo in quanto corpo vivente, proprio e situato. Ci troviamo così costantemente riferiti a una duplice appartenenza, a sé e al mondo, un doppio legame che non abbiamo potuto scegliere, perché è la nostra intima costituzione e disposizione.

Al senso di appartenenza si lega il Radicarsi, come forma intensiva del situarsi. Nella condizione specifica del contatto del piede al suolo, situarsi corrisponde al semplice appoggiarsi del piede sulla superficie. Tale contatto assume la forma del radicamento quando il piede aderisce attivamente, e intenziona la profondità della terra come propria referenza. Questo radicarsi non è da intendere nel senso del fissarsi: radicarsi, tenendo fede alla metafora della radice, alimenta il tono di crescita del corpo vivente, e gli dà slancio per la progressione. Anche qui si manifesta un’ambivalenza di senso: l’appartenenza del radicarsi non imprigiona, ma fornisce una base dinamica per emanciparsi e proiettarsi verso un nuovo contatto.

La qualità di relazione con la terra, riferimento fondante dell’organizzarsi del tono complessivo del corpo vivente, è il criterio primario di analisi della qualità dei gesti e delle posture della vita quotidiana, e rappresenta quindi un passaggio necessario e spesso decisivo per un cambiamento terapeutico.

All’ambivalenza direzionale e dinamica del gesto del Situarsi e sue varianti, corrisponde un’ambivalenza dell’atto conoscitivo che con esso si esprime: nell’atto di situarmi in me e nel mondo, io mi rivelo. Rivelarsi è inteso solitamente nel senso di scoprirsi, esporsi. Ma alla lettera, ri-velarsi assume il senso opposto di ricoprirsi, nascondersi nuovamente. Questo doppio e opposto significato è inevitabilmente associato al carattere prospettico del mio conoscere primario, cioè del percepire. Nella mia prospettiva visiva sul mondo, questo espone al mio sguardo un suo profilo, e mi nasconde tutti gli altri profili possibili. Posso esplorare un oggetto facendogli il giro attorno, ma a ogni presente istantaneo di uno sguardo si lega il presentarsi di un solo profilo. Lo stesso succede se rivolgo una prospettiva somestesica sul mio corpo: mi si rivela un tono di presenza. Mi rivelo, cioè allo stesso tempo mi scopro e mi nascondo a me stesso. Nello stesso momento in cui penso di essere riuscito a ottenere una presa salda e durevole su me stesso, e quindi a garantire il controllo su me stesso, qualcosa sfugge alla presa. C’è sempre qualcosa di me che sistematicamente salta al di qua di ogni presa. Mi trascendo.

Crescere, Sostenersi, Elevarsi.

Considerando il gesto del Situarsi nella sua versione intensiva del Radicarsi, abbiamo avuto l’opportunità di rilevare il dinamismo di slancio che si produce in esso. In questo slancio che si origina dalla relazione dinamica con la terra individuiamo la genesi di un nuovo gesto originario, quello del Crescere e sue varianti: il Sostenersi, l’Elevarsi (sollevarsi, ergersi).

Cresciamo nella verticalità a partire dal suolo, un po’ come le piante. Tanto più salda è la relazione con la terra, tanto più sicura e stabile risulta la forma del crescere, in quanto moto che si alimenta dal basso. Dal punto di vista percettivo l’esito del crescere comporta la regressione del perimetro dell’orizzonte, che comporta l’ampliamento del campo visivo e quindi delle possibilità di orientamento e di esperienza. Il soggetto che cresce dunque è un soggetto dotato di una propria prospettiva che regge un orizzonte e organizza un campo, e in questa relazione primaria sé-mondo fonda e alimenta costantemente la propria identità. Quando una persona vuole esprimere il proprio valore e dignità al cospetto degli altri, si pone nella forma di una crescita compiuta, ben appoggiata alla terra ma allo stesso tempo ben protesa verso il cielo.

Una variazione del crescere che si pone nelle stesse relazioni fra terra e cielo, ma che si genera a partire da un’esigenza che parte direttamente dall’alto, è l’Elevarsi. Quando la spinta emancipativa parte direttamente da un’esigenza apicale: il bisogno di guardare più in profondità, il distanziarsi morale dalle contingenze che ci stanno troppo vicine, l’aggrapparsi a un appiglio che ci salva dal precipitare … in tali situazioni la motivazione primaria parte direttamente da uno spazio alto di esperienza. Ma il rischio connesso a tali situazioni è quello di un’astrazione, di una rimozione della terra che ci costituisce.

E c’è infine il Sostenersi, quale articolazione del crescere che attraversa le articolazioni fra le parti del corpo vivente intermediario fra la terra il cielo. Sostenersi è l’esperienza intrinseca del corpo proprio articolato nelle sue parti, che prosegue coerentemente il radicarsi alla terra. Sostenersi rappresenta il nucleo centrale del quotidiano lavorio tonico con cui attraversiamo il tempo e lo spazio dell’esistenza incarnata. La lotta costante del sostenersi si rivolge, oltre al peso estrinseco delle cose, anche alla tendenza intrinseca a cedere. In quest’ultimo senso il sostenersi potrebbe sembrare un gesto di sforzo che consuma internamente. In realtà il sostenersi che continua un buon radicamento è un gesto di spontaneo e pieno possesso del proprio spazio di esperienza, privo di sforzo e fatica. E in modo analogo alla naturale e spontanea capacità di sostenerci, riusciamo allo stesso modo a prolungare tale sostegno nella capacità di sostenere chi attorno a noi è in difficoltà e in procinto di cedere.

Aprirsi, Affacciarsi, Esporsi, Espandersi.

Fra i nostri gesti originari possiamo individuare una relazione di genesi ideale. Situarsi in quanto risvegliarsi e riconoscersi in un proprio spazio di presenza è il prerequisito per poter crescere in quel luogo-situazione, sviluppando un proprio asse identitario e un proprio campo di possibilità. Ed è all’interno di tale campo che possiamo incontrare altre presenze significative, verso le quali ci scopriamo in un’attitudine primaria di apertura. Scoprirsi aperti alla relazione e all’impatto con le cose e gli eventi dell’esperienza è la prima forma di conoscenza di sé. Per certi versi già il situarsi in quanto relazione al mondo è già un primo atto di apertura. Ma Aprirsi diventa una Forma gestuale a pieno titolo quando si fa tema consapevole di esperienza: mi apro allo spazio e così facendo apro lo spazio a me.

In tal senso nell’Aprirsi il corpo è la finestra attraverso cui il sé somatico si affaccia al mondo, e il mondo si dispiega al suo sguardo. È il primo modo con cui incontro le altre presente, quando si trovano già nella mia prospettiva spontanea: le scopro senza il bisogno di andarle a cercare, e il loro riempire la mia prospettiva fa sì che la prospettiva stessa si renda concreta, e con essa la sua fonte, cioè lo stesso sé. Affacciarsi non è solo letteralmente lo sporgere della faccia strettamente intesa, del volto. Ogni luogo del corpo può scoprirsi nell’essere affacciato allo spazio che lo fronteggia: posso affacciarmi con il torace, con la pancia, con il bacino, con la sommità del capo, etc.

È nel modo dell’Affacciarsi che l’Aprirsi intensifica la propria intenzionalità e mostra espressivamente una tensione desiderante che rivela il valore attrattivo del proprio oggetto intenzionale.

Affacciarsi implica necessariamente l’Esporsi, sia per farsi riconoscere, sia per farsi influenzare e persino colpire dalle forze che attraversano il campo dell’esperienza. All’esporsi si associa quindi l’idea di rischio per l’incolumità, l’integrità, il pudore di sé. D’altra parte è un rischio che va corso, perché è nell’apertura che ci dispieghiamo come una pagina aperta, dove si può iscrivere la storia della nostra relazione con il mondo.

Allorché l’Esporsi si scopre in una relazione felice con il mondo, esso si sviluppa naturalmente in un Espandersi: il corpo si prolunga in profondità e in ampiezza in tale relazione, che tende a farsi realizzazione panica e piena dell’Aprirsi, dove le braccia e le mani prolungano espressivamente le tendenze di apertura del tronco. Un’occasione naturale dell’espandersi possiamo sperimentare ogni mattina al risveglio, quando le estremità del corpo, braccia e gambe, cercano di riacquisire il rapporto più ampio possibile con lo spazio che ci circonda.

Chiudersi, Ripiegarsi, Raccogliersi, Rigenerarsi.

Avendo inteso l’Aprirsi nei modi del dischiudersi e dello scoprirsi, abbiamo rivelato il suo generarsi da due condizioni preliminari di chiudersi e coprirsi. In effetti Aprirsi e Chiudersi rappresentano una coppia gestuale inscindibile, i cui componenti si generano incessantemente l’uno dall’altro, come l’inspirazione e l’espirazione nel respiro, la sistole e la diastole nell’attività cardiaca, il sonno e la veglia nel ritmo nictemerale. Ciò rende evidente che il gesto del Chiudersi assolve a un’esigenza primaria complementare all’Aprirsi. Il Chiudersi si caratterizza innanzitutto per la sua curvatura nel modo del Ripiegarsi, e che rivela un orientamento centripeto, l’esigenza di ritrovare e preservare uno spazio proprio e intimo, un clima interno in cui riposare. In tal senso il gesto del Ripiegarsi assume una valenza eminentemente protettiva, implicando l’esigenza di lasciar fuori dalla portata dell’esperienza attuale spazi e presenze estranei che, in quanto tali, potrebbero perturbarci, disturbarci, stancarci o danneggiarci.

Grazie a questa curvatura di ripiegamento quindi il sé si Raccoglie, cioè ritorna a sé a partire da una precedente condizione di dispersione. Raccogliersi è ri-accogliersi, indicando il reiterarsi di un gesto di accoglienza verso se stessi al ritorno dalla dispersione. È il momento della ri-flessione, con cui ci si ritrova, e s’instaura un dialogo con se stessi. Dormire ripiegato in sé protetto da una coperta, o leggere su un comodo divano, sono due differenti attività del Raccogliersi in cui il sé si chiude e si depura dalle fatiche e dalle ansie del confronto con le asprezze dello spazio esterno di relazione, e si apre alle prospettive libere del mondo personale fatto di sogni, immaginazioni, riflessioni.

In tale attività dello spazio intimo in cui si instaura la spontaneità del dialogo interiore si manifesta la funzione vitale del Rigenerarsi. La vita personale si ri-genera nel riposo vitale che favorisce i processi energetici di alimentazione e assimilazione. E si rigenera anche nella forma dell’attività creativa che rinnova il senso e le possibilità del sé, dove possono generarsi nuove intuizioni capaci di dare origine a svolte importanti del proprio percorso vitale.

In sintesi, nel gesto del Chiudersi come atto vitale il sé ha l’opportunità di vivere un’esperienza estetica che possiamo identificare in tre forme di grazia: la grazia del nido protettivo che ci accoglie con il suo tepore, la grazia della compagnia di sé che oscilla nel dialogo interiore, e la grazia di uno spazio di densità gravidica che alimenta e genera creativamente la novità dell’essere che ci è proprio.

Rivolgersi, Orientarsi, Cercare.

A partire dal suo essere situato, elevato e aperto, il corpo vivente si rivolge a un mondo che non gli sta solo di fronte in piena evidenza, ma che lo sovrasta e gli sfugge da ogni parte. Ri-volgersi è quindi il gesto reiterato di esplorare un mondo che deborda costantemente dal nostro campo percettivo. Il gesto del rivolgersi si attiva a partire dall’insufficienza e dal deperimento del già dato, e dal bisogno di rinnovare il campo percettivo. Lo sguardo che si muove altrove è mosso da una tensione desiderante verso ciò che si annuncia come a venire, possibilità imminente, svolta. Un gesto molto dinamico quindi, che cambia la prospettiva, e che si realizza quando il volto personale del volgersi si reincontra con un nuovo volto del mondo. Un gesto dinamicamente conoscitivo, che realizza il reiterarsi del cercare e ri-cercare.

Rivolgersi assume quindi la forma conoscitiva del ri-orientarsi che sviluppa moti variegati di esplorazione, essendo insita in esso una forma di torsione che chiude una prospettiva e ne apre un’altra.

La qualità del gesto prevede la sua globalità e il suo sostegno lungo un asse obliquo di propagazione. Lo stimolo che mi sollecita a rivolgermi può essere un suono, o una voce, al quale mi rivolgo tendendo l’orecchio. O una luce, una presenza alla quale si rivolge lo sguardo. Il campo percettivo si fa polarizzato attorno a un fenomeno privilegiato, che attira e cattura i sensi.

Rivolgersi nello spazio è simbolo della svolta che avviene nel tempo, e in cui è presente la stessa radice. La svolta rappresenta l’evento critico del mutamento drastico, che rompe con una continuità precedente e apre un altro campo di possibilità.

Affinché il rivolgersi (e la svolta) si realizzi compiutamente, è necessario che le resistenze al cambiamento cedano. Per la qualità del gesto è significativo il modo in cui esso si esprime e affronta la resistenza al cambiamento di prospettiva. Mantenendoci concretamente nell’ambito dei problemi corporei, facciamo l’esempio degli “esercizi per il collo”: ogni volta che un paziente mi parla di questi esercizi appresi in passato, quasi sempre mi mostra la rotazione o l’inclinazione o la circonduzione isolate del collo. In tale esempio si mostra un duplice problema.