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Il movimento umano come gesto

Le domande che aprono al movimento sofferente.

Qual è il senso della sofferenza che coglie il corpo proprio quando si muove? In quale misura posso comprenderla quando il paziente me ne parla con le sue parole, e cerca di descrivermela? Come mi sollecita a risponderle? Sono domande con cui ogni terapista riflessivo del corpo si trova a confrontarsi, più o meno consapevolmente, per tutto l’arco della sua esistenza. Anche perché sono di quelle domande alle quali non si può rispondere mai una volta per tutte. Domande quindi destinate a rimanere insoddisfatte, ma proprio per questo, anche capaci di aprire uno spazio riflessivo continuo sul senso della sofferenza e della terapia.

La riduzione di visione dell’osservazione “carica di teoria”.

Molti terapisti attualmente pensano di poter dare risposte sempre più precise al dolore del corpo, grazie alle conoscenze scientifiche sui meccanismi che provocano il dolore. E la promessa, grazie al sapere scientifico, è quella di garantire programmi terapeutici capaci di controllare i meccanismi che determinano il dolore. E allora si mettono in atto le evidenze scientifiche più aggiornate, si mobilizzano le strutture rigide, si stabilizzano quelle instabili, si danno nozioni di ergonomia e consigli di stili di vita salutari. Ma questi protocolli restano sulla superficie del corpo come vestiti preconfezionati, non toccando il nucleo del problema, quello da cui il movimento nasce e si sviluppa, e con cui la persona si identifica, quindi destinato a passare inosservato, e di conseguenza a non essere messo in gioco come tema di esperienza.

Quindi il problema non è intrinseco alla scienza, ma a un difetto di visione che filtra i gesti di sofferenza per cogliere solo gli indizi previsti nell’orizzonte delle leggi fisiche. È la riduzione di visione tipica dell’osservazione “carica di teoria”. Con il tempo si atrofizza e si spegne lo sguardo somato-sensibile capace di farsi colpire dall’interpretazione originale del movimento sofferente, con i vuoti, le distorsioni, le cieche abitudini, le tensioni fisse che lo sguardo carico di teoria non concepisce e quindi esclude come epifenomeni. Il corpo-macchina votato all’efficienza e destinato all’usura, quale referenza esclusiva dell’osservazione e dell’azione dei riabilitatori di stretta osservanza biomedica, non può rendere conto della miriade di fenomeni somatici strani, non chiari e indistinti tipici dell’esperienza soggettiva del soffrire.

La comprensione gestuale del corpo vivo fra il terapista e il paziente.

Emancipando la visione del movimento dalla metafora rigida e priva di vita del corpo-macchina e dalla spesse lenti dell’osservazione carica di teoria, e riconoscendo primariamente in sé la paticità del corpo vivo, lo sguardo del terapista ha l’opportunità di porsi in relazione solidale con il corpo vivo del paziente, e di comprenderlo per il suo modo peculiare con cui si dà a conoscere. È questa la condizione originaria del corpo vivente da cui partire per una differente prospettiva sulla sofferenza, e quindi sul possibile percorso terapeutico. Solo all’interno di tale prospettiva possiamo inoltrarci in esperienze terapeutiche ogni volta nuove, fonti di scoperte impreviste, in una relazione coinvolta fra le due soggettività gestuali del terapista e del paziente. La presenza somatica del terapista dev’essere in grado, per prima, di incarnare, esprimere ed evocare quelle qualità gestuali che cerca di far sorgere nel corpo del paziente. È in questa comprensione gestuale diretta e reciproca fra il corpo vivo del terapista e del paziente che si avvia e si sviluppa l’esperienza terapeutica intercorporea.