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Il sistema arto inferiore

Il sistema arto inferiore è la regione del corpo che si pone in relazione diretta con il terreno. Si tratta di una relazione funzionale di scambio di forze, in cui l’arto inferiore rilascia sul terreno la forza peso del corpo, e dal terreno si generano forze che attraversano il corpo in senso ascendente. È a partire dal gioco complessivo di forze discendenti e ascendenti che il corpo si organizza tonicamente e dinamicamente per mantenere una postura e per attraversare uno spazio.

Quando si verifica un sintomo locale nell’arto inferiore (in un’anca, un ginocchio, un piede), esso è da considerare come l’esito esplicito di una disfunzione dell’intero sistema, che insorge a partire da stili e tendenze abitudinarie e inconsapevoli di tipo squilibrante. Questi stili e tendenze sono fenomeni che attecchiscono nel modo globale con cui una persona si predispone, caratterizzato da schemi adattativi scarsi che determinano aree di sovraccarico in stiramento o in compressione.

Due schemi molto comuni di squilibrio funzionale dell’arto inferiore sono la fissazione sul piano sagittale e il cedimento sul piano frontale.

La fissazione sul piano sagittale

Questo schema rappresenta la regione inferiore dello schema posturale globale di tipo astenico. Per questo schema usiamo il termine di “fissazione” perché la qualità passiva dello schema che si tiene prevalentemente sulle tensioni articolari, ha l’effetto di bloccare le articolazioni in posizione estrema, non disponibile ad adattarsi alle variazioni delle sollecitazioni funzionali.

In alto, lo schema si caratterizza per una traslazione anteriore del bacino, che comporta un atteggiamento dell’anca in estensione. Tale squilibrio articolare dell’anca si fissa con uno squilibrio tonico tra il gruppo dei muscoli posteriori (grande gluteo, pelvitrocanterici, ischiocrurali) che risultano dominanti, e il gruppo dei muscoli anteriori (tensore della fascia lata, ileopsoas), che cedono. All’interno di ciascun gruppo muscolare a sua volta si può avere una prevalenza dei muscoli rotatori interni dell’anca, o dei rotatori esterni. Questa prevalenza rotatoria si rende visibile nell’orientamento spaziale della rotula e della faccia posteriore del ginocchio. Alla lunga, con il cedimento delle fibre anteriori della capsula, tende a instaurarsi una instabilità dell’anca in questa direzione.

Scendendo al ginocchio, si presenta un atteggiamento in iperestensione, che può essere considerato l’espressione più palese della fissità tipica di questo schema. In termini spaziali tale atteggiamento risulta in uno spostamento in direzione posteriore, che controbilancia l’avanzamento del bacino. L’iperestensione del ginocchio è la risultante dell’avanzamento del femore e dell’arretramento della tibia che si producono per l’azione dei muscoli ischiocrurali in alto, e degli estensori della gamba in basso. Da un punto di vista dinamico, il ginocchio si trova bloccato in una posizione estrema da cui non può uscire spontaneamente. Nel tempo, questo schema produce sovraccarico in compressione anteriore (con alterazioni artrosiche) e in sovradistensione della capsula articolare posteriore (da cui instabilità).

In basso, la caviglia si presenta in un atteggiamento di flessione plantare, cui si associa la prevalenza del gruppo muscolare posteromediale (soleo, tibiale post, flex lunghi d. alluce e d. dita) e posterolaterale (peronieri lungo e breve) prevalenti su comparto anteriore (tibiale ant, estensori dell’alluce e delle dita). Tale squilibrio fissa la tibia in inclinaz posteriore.

A sua volta la tensione dei muscoli anteriori si può trasmettere alle dita, portandole in estensione, ed esponendo a un sovraccarico pressorio sulle teste metatarsali.

Il cedimento sul piano frontale

L’altro schema dell’arto inferiore che si osserva molto frequentemente è il cedimento sul piano frontale. È comunque frequente l’associazione fra i due schemi, essendo entrambi interpretabili come forme di disadattamento passivo alle sollecitazioni gravitarie e vincolari della postura eretta.

L’atteggiamento del bacino e dell’anca si caratterizza nella forma dello sfiancamento, o cedimento laterale, che comporta un atteggiamento di adduzione, cioè di chiusura interna dell’anca. Tale atteggiamento si associa a uno squilibrio delle tensioni muscolari sui due versanti: il versante interno rappresentato dai muscoli adduttori è teso in accorciamento, mentre il versante esterno dei muscoli abduttori (soprattutto il medio gluteo) è disteso in allungamento. Funzionalmente lo sfiancamento può essere letto in termini di cedimento laterale del bacino, non adeguatamente sostenuto dal tono delle strutture muscolari laterali.

A livello del ginocchio si riscontra un atteggiamento in valgismo, determinato dalla combinazione di adduzione del femore e abduzione della tibia. In termini spaziali tale atteggiamento risulta in uno spostamento in direzione mediale, che controbilancia lo sfiancamento laterale del bacino. Il valgismo del ginocchio comporta una chiusura e quindi compressione del versante laterale, e una sovradistensione e inibizione del versante mediale (muscoli della zampa d’oca, vasto obliquo interno). La tensione laterale può trattenere la rotula lateralmente, determinando un malallineamento e una compressione laterale. Da un punto di vista dinamico, il ginocchio si trova in un atteggiamento di cedimento mediale che prelude a una caduta, che predispone a instabilità e frequenti microdistorsioni.

Il piede in questo schema presenta fondamentalmente un atteggiamento di pronatismo, con valgismo del retropiede e caduta della volta plantare mediale (cedimento strutturale del retropiede). Il comparto muscolare posterolaterale (peronieri) è accorciato, quello posteromediale (tibiale posteriore, flessori lunghi dell’alluce e delle dita) è sovradisteso.

La tibia è trascinata medialmente dal cedimento del retropiede, e portata in rotazione esterna dalla tensione del comparto posteromediale.

La relazione tattile fra il piede e il terreno, e la cinestesi dell’arto inferiore

L’analisi dei rapporti fra le parti costitutive dell’arto inferiore come sistema governato da leggi fisiche ci ha permesso di comprendere la complessità e la coerenza di due schemi disfunzionali molto diffusi. Ma se ci fermassimo a queste considerazioni, magari comprensibilmente gratificati dal senso di razionalità che emana da tali schemi, saremmo ancora in una posizione in difetto per la comprensione dell’arto inferiore nella sua piena natura. L’arto inferiore non è un sistema deterministico, bensì un sistema intenzionale. Ossia esso è un sistema che instaura una relazione cosciente con l’ambiente in cui si trova a muoversi, avendo coscienza di sé all’interno di tale relazione. Quindi finché non ci poniamo in questa prospettiva di sistema intenzionale non possiamo comprendere fino in fondo cosa succede veramente in questo sistema, perché non siamo in grado di considerare il ruolo dinamico della coscienza somestesica orientata e sostenuta da finalità, motivazioni, credenze, pregiudizi culturali.

Questo ruolo della coscienza somestesica entra in gioco in ogni fase della relazione del piede con il terreno: che io stia fermo in piedi guardando in avanti o girando il capo verso un lato, oppure cammini in fase di passo anteriore o posteriore, il piede si trova in una condizione mutevole di relazione con il terreno in cui s’intrecciano caricamento e sostegno, stabilità e propulsione nei confronti di un terreno vissuto come superficie regolare e affidabile, o irregolare e infida. Ciascuna di queste condizioni di relazione si esprime secondo peculiari schemi percettivi tattili e cinestesici. Ma la questione cruciale è il modo in cui la coscienza è in grado di sentire e accogliere il flusso somestesico nel proprio campo di esperienza, e di regolarsi in funzione di esso. E la coscienza è un luogo originale e imprevedibile nell’uso che fa di questi fattori, e nel modo in cui si regola in base a essi.