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Il sistema arto superiore

Attraversare lo spazio aereo

L’arto superiore è la parte del corpo che forse ha subito il maggiore stress di trasformazione funzionale nel corso dell’evoluzione umana verso il bipedismo. Una volta acquisita la stazione eretta, lo spazio di riferimento privilegiato dell’ex arto anteriore, divenuto arto superiore, è passato dallo spazio terreno allo spazio aereo. In tale spazio privo di ostacoli il braccio, la mano si trova a muoversi liberamente in ogni direzione, senza la necessità vincolante di approdare a un contatto specifico. È soprattutto grazie a questa libertà di movimento che abbiamo esperienza di spazi prospettici, esistenti in quanto riferiti alla nostra presenza agente e orientata: lo spazio anteriore e quello posteriore, lo spazio destro e sinistro, lo spazio superiore e quello inferiore.

Ma questa libertà di attraversamento dello spazio aereo comporta che il vincolo prossimale del braccio si trovi caricato di una funzione molto più impegnativa cineticamente e complessa dinamicamente. Il braccio, oltre a essere il prolungamento del corpo nel mondo, è anche il primo peso da sostenere, tanto più pensante quanto più si allunga nel suo proiettarsi spaziale.

Raggiungere oggetti.

L’attraversamento dello spazio aereo prima o poi esita nel raggiungimento di un oggetto solido. Questo raggiungimento non possiede più un oggetto garantito a priori, come il terreno per l’arto inferiore, ma è un oggetto guadagnato da un atto intenzionale e finalistico. L’oggetto non è oggetto in sé, ma oggetto per me, cioè un obiettivo fatto per essere raggiunto, e dotato in tal senso di valore primario, in quanto già la sua presenza motiva il mio gesto di raggiungimento.

In tal modo l’arto superiore, nel suo rivolgersi mirato alle cose, si fa veicolo espressivo del senso di valore che gli oggetti ambientali possiedono per me. E quanto più questa motivazione è intensa, tanto più l’arto superiore trascina con sé il tronco, a indicare la globalità coinvolta di un gesto di relazione che si instaura in un campo di attrazione. Allora raggiungere l’oggetto assume la forma gestuale dello sporgersi globale verso di esso, dove fra tronco e arto superiore s’instaura una perfetta continuità dinamica e unità intenzionale.

Una persona che muove il braccio in modo isolato, così come una riabilitazione che si ferma a trattare isolatamente una mano, un gomito o una spalla danneggiati, sono situazioni che hanno perso di vista il campo di esperienza dell’arto superiore come veicolo di relazione globale, e con ciò ci si predispone alla patologia e s’impedisce la possibilità di una terapia integrale.

Portare a sé, allontanare da sé.

Al raggiungimento di oggetti situati nello spazio ambientale, “a portata di mano”, fa seguito solitamente l’azione del portare a sé l’oggetto, avvicinandolo così alla propria sfera di influenza. È così che l’oggetto diventa “mio”, si rende disponibile al gioco e al lavoro che posso imprimere su di esso, o con esso su di me. Portare a sé assume il senso fondamentale di modificare lo spazio di esperienza con cui mi relaziono all’oggetto: da uno spazio di lontananza oggettuale in cui posso solo osservare, magari da diverse prospettive, a uno spazio di vicinanza in cui si instaura un contatto diretto e intimo con l’oggetto.

Una gran varietà di gesti funzionali si esprime in questa funzione primaria del portare a sé. Possono essere i gesti quotidiani e reiterati della cura di sé, come portare il cibo alla bocca, lavarsi il viso, pulirsi i denti, vestirsi. E possono essere anche i gesti emozionali di un abbraccio, aggrapparsi a qualcosa o qualcuno, accogliere un dono.

In modo complementare si esprimono i gesti del distanziamento, dell’allontanamento da sé, quando rifiuto qualcosa, o sospingo un oggetto, o mi svesto, o voglio marcare una distanza invalicabile con un’altra persona. Anche qui si dà una relazione spaziale con un oggetto, dove però la libertà e l’inviolabilità dello spazio personale diventano un criterio imprescindibile.

Portare a sé e allontanare da sé diventano così i due gesti primari complementari con cui si misura e prende respiro flessibilmente lo spazio di relazione e d’integrità personale. Questo spazio può irrigidirsi e deformarsi per un problema corporeo (ad esempio per una frattura del gomito non riuscire a lavarsi il viso o portare il cibo alla bocca) o per un problema affettivo (non avere nulla e nessuno da portare a sé, da abbracciare, con cui stare in intima confidenza).

Sostenersi su un substrato

L’arto superiore si emancipa dal rapporto obbligato con il suolo, ma ciò non significa che perde definitivamente contatto con il substrato, cioè con un “terreno” funzionale che fa da supporto. Sono molte le situazioni in cui l’arto superiore esprime la funzione di sostegno, dal tirarsi su appoggiandosi su una superficie, all’appoggio dell’avambraccio e della mano su un tavolo nelle situazioni di lavoro da ufficio, all’appoggiarsi su una superficie per mantenere l’equilibrio o scaricare il peso.

In queste variabili condizioni di “catena cinetica chiusa”, dove l’arto superiore ritrova la propria relazione primaria con un substrato, s’inverte il senso direzionale delle forze: se nel raggiungimento e nel portare a sé il senso direzionale è prossimo-distale, adesso è disto-prossimale: le forze vincolari che si generano distalmente attraversano il corpo in direzione del suo centro, e richiedono un’organizzazione globale differente rispetto a quella dell’arto libero.

Questo dinamismo viene vissuto in termini esperienziali come fenomeno di sostegno, che si pone al servizio della globalità del corpo. Molto spesso però il sostegno dell’arto superiore, non avendo molte occasioni di sperimentarsi coscientemente, diventa una funzione indebolita, incerta, quasi persa, per cui il sostegno si fa passivo, ci si pesa addosso, e in tale qualità problematica del sostegno si vengono a creare le condizioni per una patologia dell’arto superiore stesso ma anche per il tronco.

Manipolare oggetti.

La funzione di raggiungimento di oggetti si prolunga con un altro tipo di relazione oggettuale, quella della manipolazione, la cui intenzione fondamentale è quella di modificare la struttura e la forma dell’oggetto stesso. L’oggetto presenta una propria consistenza, densità, e manifesta quindi una resistenza al cambiamento che richiede l’uso di forze significative da parte della mano a diretto contatto con l’oggetto, e da parte dell’intero arto superiore che supporta l’azione manuale. Una gran varietà di sollecitazioni possono essere espresse dalla mano sull’oggetto: pressioni, tensioni, torsioni.

Ma nella misura in cui l’oggetto offre resistenza, queste sollecitazioni si riflettono sulla mano stessa, generando forze molto intense che possono essere all’origine di microtraumi e usura delle strutture implicate. Ciò che facciamo all’oggetto, lo facciamo anche a noi stessi. Da qui l’esigenza di maturare un approccio alla manipolazione che sappia essere insieme efficace e sensibile, preciso e diffuso.

Guidare l’esperienza somatica

Una funzione completamente trascurata in una comunità riabilitativa mirata solo alle funzioni fisiche, è quella estetica e simbolica con cui l’arto superiore, e in particolare la mano, esprime le qualità tonali dei gesti corporei. In altri termini è quella che chiamo la funzione di risalto espressivo. Grazie a questa funzione la mano rappresenta uno strumento potente e versatile per guidare e regolare sensibilmente la tonalità dei gesti, affinché possano realizzarsi nella più adeguata forma espressiva. La mano si rivela così l’incarnazione del terapista interiore, quello di cui ogni esperienza terapeutica deve sempre andare in cerca.