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Prospettive sull’integrazione somatica

La globalità come evidenza ovvia e risaputa.

Nell’esporre le linee generali dei sistemi somatici come luoghi unitari e coerenti, ci siamo trovati a volte nella necessità di richiamare altri sistemi. Tale considerazione rivela già la necessaria interconnessione esistente fra i diversi sistemi in quanto parti costitutive del corpo vivente nella sua integralità.

Si prospetta in tal modo l’idea di globalità del corpo vivente, in quanto insieme unitario pur nella sua complessità. Parlare di globalità del corpo per certi versi equivale a sfondare una porta aperta, sia per l’evidenza indiscussa con cui il corpo si manifesta nell’esperienza, sia per il richiamo alla globalità come argomento frequentemente utilizzato in molti ambiti della riabilitazione e della terapia in generale. Addirittura molti lavori mirati su problemi molto specifici e settoriali, con metodologie di indagine e terapia mirate in modo esclusivamente locale, spesso trovano il modo di inserire nelle loro conclusioni la necessità di inquadrare il loro lavoro in un contesto globale. E allora mi viene da chiedere: ma perché mai si limitano al proposito dell’esigenza di un orientamento globale senza muovere il benché minimo passo in una tale direzione, ma muovendosi solo in direzione di uno specialismo dagli orizzonti sempre più stretti?

Tale constatazione pone in risalto il carattere meramente formale e retorico di tali propositi che proclamano un’evidenza ovvia e risaputa, non messa in questione, cui corrisponde nella sostanza un vuoto di esperienza e di riflessione reali sulla globalità. Esistono però diverse concezioni nel mondo terapeutico che propongono a modo loro un’idea di globalità, e a partire da queste concezioni merita prendere lo spunto per condurre un’analisi riflessiva sull’idea di globalità, indagandone alcuni modelli prevalenti, e alcune forme di nessi che aiutano a orientarsi sui diversi modi con cui si procede verso il senso di globalità.

MODELLI.

Catena. La catena rappresenta un primo modello di struttura globale con cui diverse parti costituiscono un’unità complessa. Tipiche esemplificazioni di questo modello sono le catene muscolari e le catene articolari. Una catena è, dinamicamente, una concatenazione lineare e sequenziale di rapporti fra unità strutturali discrete, in cui l’azione di un’unità provoca a cascata una successione di tensioni e movimenti adattativi nelle altre unità, da un’estremità all’altra del corpo, come un effetto domino.
Il concetto di globalità qui è di tipo unilineare e unidirezionale, e riguarda un sistema tissutale omogeneo (muscolare, o articolare) o l’alternanza fra muscoli e articolazioni. La conoscenza delle leggi di biomeccanica permette di comprendere il comportamento della catena, e di prevedere gli effetti a distanza a partire da una sollecitazione applicata su un punto di essa.

Cerchio. Un caso particolare di concatenazione sequenziale si ha quando l’unità terminale del sistema a sua volta retroagisce sull’unità iniziale, perpetuando così la sequenza. L’anello, il cerchio è il modello geometrico che esprime un carattere di continuità senza fine di uno schema di movimento perpetuo, che si reitera in continuazione, secondo uno sviluppo oscillatorio ciclico.
Tipici modelli a circuito sono quelli cibernetici, in cui l’organismo si regola nella relazione con l’ambiente, a partire da presupposti interni e situazionali che determinano l’azione, e valutando i risultati dell’azione sulla base del confronto fra le percezioni reali di ritorno e il modello di percezioni attese presente fin dall’inizio nel programma di azione.
Il concetto di globalità qui rispetto al modello piuttosto rigido della catena presenta un guadagno di complessità, nel senso che il sistema generale è provvisto di un dispositivo di regolazione e di apprendimento a partire dalla valutazione retroattiva dei risultati dell’azione.

Strato. Un altro modello di globalità più complesso e inclusivo rispetto ai due precedenti è quello degli strati: il corpo viene riconosciuto come struttura stratificata, dove ogni strato rappresenta una realtà peculiare e discontinua rispetto agli altri strati. Un tipico modello stratificato è quello psicosomatico, in cui si riconoscono due sfere costitutive distinte nella loro natura, ma connesse da relazioni di influenza, per cui ad esempio una sofferenza psichica si può proiettare in una struttura corporea che segnala e allo stesso tempo dissimula il problema originario. In una concezione più complessa e raffinata, il modello a strati concepisce la relativa autonomia e interdipendenza fra i diversi piani costitutivi dell’essere vivente: corporeo, affettivo, morale, spirituale, culturale, esistenziale.
La connessione fra i diversi piani si fa non solo in termini di circuiti nervosi, ma anche per risonanza su base analogica e simbolica. Di conseguenza la comprensione di un problema non procede per determinazioni causali, ma per ispirazioni che producono salti interpretativi.

Genesi. La globalità può essere concepita, oltre che secondo modelli di tipo “strutturale” e quindi spaziale come quelli precedentemente considerati, anche secondo modelli di tipo temporale, dove un fattore temporale dà una forma complessiva coerente al corpo e al suo agire. Un modello di questo tipo è quello genetico, secondo il quale ogni soggetto porta con sé delle potenzialità presenti fin dalla nascita, ma che trovano una esplicitazione e realizzazione progressiva nel corso dell’esistenza, sulla base del pervenimento a stadi di maturazione propri dell’organismo. Tipico rappresentante del modello genetico è l’epistemologia genetica di Piaget, con le sue fasi di sviluppo dell’intelligenza, del senso di realtà, della rappresentazione simbolica, che evolvono grazie ai processi di assimilazione e accomodazione nei confronti dei nuovi dati di esperienza. In questo senso la globalità è innanzitutto una potenzialità che si realizza progressivamente nel tempo.
Anche nell’esperienza terapeutica possiamo assistere a un processo genetico in cui le facoltà somatiche evolvono in termini di intelligenza somestesica (il risveglio fine del sentire somatico) e affettiva (riconoscere nel sentire somatico il pathos di uno stato d’animo, un’emozione), di senso del reale (l’integrazione del sentire nel senso globale del sé e nella relazione con il mondo) e del simbolico (il carattere trascendente con cui ogni luogo del corpo incarna un valore e una forma essenziale dell’essere). La globalità così intesa non è un tutto, ma l’orizzonte ideale di un percorso temporale.

NESSI

Causa. Una volta esplorati i modi possibili di globalità considerati nei termini formali dell’organizzazione spaziale e del divenire temporale, possiamo orientare la riflessione sulle diverse possibili condizioni connettive che permettono alla globalità di instaurarsi e di mantenersi come sistema integrale delle parti. La prima condizione connettiva che si presenta spontaneamente a motivo del suo profondo radicamento nella nostra cultura è la causalità. Il principio di nesso causale prevede due termini, causa ed effetto, caratterizzati da un rapporto di dipendenza dinamica e di antecedenza temporale. La causa precede l’effetto e l’effetto dipende dalla causa.
La causalità può essere intesa in senso forte, per cui la causa è un fattore determinante. In questa concezione forte la causa può essere condizione necessaria (il verificarsi di un effetto non può prescindere dalla presenza di un determinato fattore causale), o condizione sufficiente (allorché si presenta un determinato fattore causale, inevitabilmente si produce l’effetto).
Ma la causalità può essere intesa in senso debole, come fattore influente, ossia che predispone una tendenza, che facilita l’accadere di un evento, senza essere un fattone né necessario né sufficiente. Ma può succedere che il concorso di un insieme di fattori singolarmente non necessari né sufficienti, possa determinare un effetto. È questo il caso molto frequente nelle condizioni cliniche dei pazienti che nella loro vita sono sottoposti a una moltitudine variabile di influenze, per cui in alcune circostanze il sintomo si manifesta, e in altre circostanze no.
Infine il nesso causale può essere unilineare o reciproco. Nel caso del nesso reciproco, la retroazione dell’effetto sulla causa può inibire la causa stessa (feedback negativo) o al contrario stimolare la causa (feedback positivo), perpetuando la condizione. La struttura del feedback positivo è quella tipica delle condizioni di malattia cronica, e in tali casi spesso non è facile individuare il nesso di perpetuazione.

Relazione. Mentre il nesso di causalità è diffusamente riconosciuto nella nostra cultura, non altrettanto vengono riconosciute altre forme di connessione con cui si costruisce la globalità. Il primo di questi è la relazionalità. Quando parliamo di relazione intendiamo fondamentalmente un nesso intenzionale fra due soggetti, intendendo per intenzionalità innanzitutto il riconoscimento dell’altro come realtà che mi sta di fronte, dotato di una propria autonoma prospettiva sul suo mondo e su di me, e con cui posso condividere un’esperienza mirata al cambiamento.
Nell’incontro con l’altro la relazione si instaura in quanto realtà terza, un “noi” che non è riducibile né a me né all’altro isolatamente. La sfida della relazione sta proprio nel compito di riuscire ad abitare la doppia prospettiva, quella autonoma dell’io e quella sintonicamente partecipativa del noi, facendole convivere.

Situazione. La situazione è la qualità ambientale diffusa in cui si instaura e si sviluppa l’esperienza. Quando si vuol mettere in risalto la qualità affettiva di base e diffusa che pervade la situazione, si tende a parlare di clima o di atmosfera. “Avere il senso della situazione” significa sentire la qualità della situazione in cui si è coinvolti, essere adeguatamente orientati verso le sue esigenze generali.  Il sentire situazionale ha un carattere pre-intenzionale, in quanto non mira né a un oggetto né a un obiettivo definito, ma si situa nelle qualità atmosferiche dell’ambiente in cui il soggetto è immerso. Inoltre è un sentire panico, in cui ci si sente intrisi e coinvolti nella condivisione del clima ambientale.
La globalità situazionale si presenta come un’unità indistinta, priva di articolazioni interne, in quanto tutti gli elementi presenti nella situazione sono pervasi da una qualità situazionale che contagia: un clima teso in un gruppo viene avvertito con disagio da tutti i presenti, la preoccupazione per un compito difficile da affrontare può bloccare il respiro e irradiare in una tensione spasmodica di tutto il corpo.
Il carattere pre-intenzionale della situazione somestesica e affettiva interiore fa sì che spesso il paziente non ne abbia coscienza, per cui è difficile porla a tema dell’esperienza terapeutica. L’accesso a essa può essere consentito gradualmente a partire da un sintomo locale della situazione interiore, e quindi dalla sua messa in relazione con gli altri luoghi somatici, in direzione di una progressiva strutturazione globale.

Emergenza. Il corpo vivente è un’entità complessa che integra al proprio interno strutture di natura disomogenea. In effetti il corpo vivente non è solo un insieme di organi fisici, ma è anche un corpo somestesico, emozionale, etico, estetico, simbolico, cosciente di sé, aperto a un mondo, e che porta in sé le impronte della memoria esistenziale. L’interazione e l’integrazione globale fra questi diversi piani compositivi genera un campo somatico di tipo indeterministico. Quindi i fenomeni che si generano in tale campo non possono avvenire secondo determinazioni causali, ma mediante dinamiche imprevedibili di tipo emergenziale.
Anche l’esperienza terapeutica, in quanto incontro fra due corpi viventi, è costituita di fenomeni emergenziali, che non possono essere posti né come obiettivi credibili né come risultati calcolabili. Per questo è necessario che entrambi i soggetti siano consapevolmente disposti nella prospettiva del loro essere corpo vivente, al fine di rendersi disponibili e sensibili alle emergenze terapeutiche con le quali si tesse la storia terapeutica condivisa.