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Luoghi di Frontiera

Ogni luogo del corpo è potenzialmente un luogo di frontiera per il terapeuta, intendendo con ciò un luogo che presenta caratteri emergenti, e che sfidano la capacità di comprensione e di affrontamento del terapeuta stesso.
Nel corso dell’esperienza terapeutica alcuni luoghi possono presentare questo carattere di frontiera in modo particolarmente rilevante. Ciò può dipendere dalla loro particolare natura sfuggente o dalla loro posizione cruciale nella struttura globale del corpo. Ma può dipendere anche dalla particolare prospettiva soggettiva del terapeuta che, in una contingenza del proprio percorso, può avvertire la complessità e le difficoltà di far fronte a certi luoghi, e l’esigenza di approfondire la loro conoscenza.

La spalla come ponte fra centro e periferia.

La spalla non può essere adeguatamente compresa e quindi affrontata nelle sue sofferenze se non a partire dalla consapevolezza del suo essere disposta come ponte, raccordo, luogo di frontiera fra centro (tronco) e periferia (arto superiore). Solo in questa prospettiva relazionale possiamo comprendere il senso delle sue lesioni tendinee e conflitti. In particolare una domanda primaria da porsi nell’indagine riguarda la qualità di partecipazione coordinativa del tronco ai movimenti del braccio. Un’altra domanda primaria, sull’altro versante del ponte, riguarda come la tensione di raggiungimento e il tono di presa della mano possano rappresentarsi immediatamente nell’accendersi del tono della spalla. Gran parte dell’esperienza terapeutica della spalla riguarda così il ricostituirsi della continuità coordinativa fra centro e periferia.

Le relazioni sinuose della scoliosi.

La scoliosi degli adolescenti è sempre stata un rebus attorno al quale si sono puntate teorie e impegnati programmi terapeutici di ogni tipo. In molti casi si è stati mossi dalla presunzione di aver trovato il bandolo della matassa, pena il dover constatare l’indisponibilità del corpo a modificare la propria forma: le curve della scoliosi sembrano sfuggire innanzitutto a ogni pretesa di presa. Liberandosi dalla presunzione teorica e dalla pretesa costrittiva sulla forma del corpo, si può cominciare a instaurare un dialogo somestesico con la scoliosi, con il suo paesaggio sinuoso, per conoscerlo, abitarlo, esplorarlo, apprendere il linguaggio di una tensione relazionale.

Il pavimento pelvico come luogo di senso.

Il pavimento pelvico è il luogo più oscuro del corpo. I motivi sono molteplici: percettivi (è un’area chiusa e non direttamente visibile), funzionali (non è coinvolto solitamente nell’ambito della motricità cosciente e intenzionalmente rivolta verso lo spazio esterno), espressivi (è un’area nascosta, pudicamente non esposta, silenziosa), affettivi (le funzioni escretrici e sessuali si caricano spesso di tensioni, ansie, paure, vergogne importanti). Questi diversi profili della sua oscurità hanno a che fare in qualche modo con le sue sofferenze. Quando però questa oscurità si incontra con la cecità di un approccio terapeutico che non la vuol vedere, e che preferisce limitare il proprio orizzonte ai meccanismi della contrazione e del rilassamento, il problema viene cognitivamente negato e praticamente evitato. Il primo gesto terapeutico di apertura nei confronti del pavimento pelvico è di riscoprirlo in quanto luogo di senso del corpo vivente, e quindi dotato di sensibilità, relazionalità, affettività, simbolicità. Perché è del corpo vivente che ci facciamo carico, in ogni caso.

L’anca sfuggente.

L’anca è un luogo sfuggente in una varietà di sensi. Innanzitutto è un luogo profondo, di passaggio fra tronco e arto inferiore, che non è facile da identificare somestesicamente. Inoltre su un piano funzionale è molto frequente osservare una postura sfiancata, sfuggente lateralmente, che manifesta un’attitudine passiva. Infine nell’esperienza terapeutica non è facile prendere l’anca a tema cosciente di esperienza, e modificarla sensibilmente emancipandola dagli automatismi.